G.G.G.

Ritorno sul mio precedente messaggio a commento del pezzo "Claudio Risè su Il Domenicale", dopo aver letto l'articolo sui Dico, a firma di Ermini.

Mi sembra che i toni da voi usati siano pacati, non ho navigato in lungo e in largo in tutto il sito, e spero di non trovare brutte sorprese.
Mi sembra interessante un dialogo civile su temi così delicati, e mi sembra che Ermini riprenda le parole della giornalista che cita con grande equilibrio e onestà, senza forzare alcunché: come una base per replicare e cercare di capire le differenze e i veri punti di distanza che esistono fra le parti in causa: i punti di frizione e di divergenza che sono destinati
a restare tali, ma ... come dire. Mi sembra che sullo sfondo ci sia, a muovervi, una speranza: capirsi attraverso il dialogo, o almeno parlare, POTER PARLARE; civilmente.
Mi lascia un po' perplesso il riferimento a Girard, così come quello a Foucault. Non penso che Foucault venga strumentalizzato, qui; ma Girard... !!!
La chiusura dell'articolo è un po' una zappa sui piedi, perché si sa qual è l'approdo filosofico di R. Girard (un approdo che confina col rischio del pensiero unico: il ritorno al cristianesimo delle origine, quello della pura e semplice imitatio Christi evangelica); e a me sembra che sia proprio l'approdo di Girard a poter alimentare il rischio che sta sullo sfondo: in nome della lotta allo spettro dell 'indifferenziazione (che qui sta per relativismo, nell'accezione negativa che poi è quella
ratzingeriana), Girard e soprattutto i girardiani sognano una società cristiana cristianizzata , ri-cristianizzata; e ovviamente loro sanno benissimo da che parte vogliono stare, e in quella società non c'è posto per il pluralismo, bene ... fin qui non c'è nessuna grinza.
Ma in una società di tal genere l'omosessuale che non voglia sentire su di se lo stigma , invece lo subisce: uso 'stigma' nell'accezione di Goffman; diciamo, con Girard: un omosessuale che non voglia sentirsi capro espiatorio di quel nuovo ordine, come fa a non sentirsi tale ? A non temere di poterlo essere o diventare o ridiventare ancor di più ? Mi segue ?
E quindi, là dove si invoca Girard per dire che la società in cui regni l'indifferenziato è una società violenta, accade che il
riferimento si ritorce dialetticamente contro il ragionamento di Ermini: è quella società, non indifferenziata, a diventare violenta contro alcuni: e così, con buona pace di Girard e della sua conversione, e della sua utopia, che pure per me è stata commovente, non si esce mai dal circolo vizioso della violenza vittimaria, dell'investimento violento su un oggetto - vittima.
Conosco bene Girard , e patisco molto per aver dovuto prendere le distanze, nel mio piccolo, dalle sue tesi: secondo me NON è la sua proposta ultima a configurarsi come una soluzione utopica pensabile. Girard resta per questo un grande autore tragico; credo che lui stesso lo sappia più che bene. Accettando per buona, anzi per ottima, la tesi della transizione
dalla rivalité generalizzata alla violenza contro il bouc emissaire, e pure la tesi dell' 'uscita' da quel mondo di violenza (il mondo sacro del paganesimo, il mondo precristiano) attraverso il ritorno al mistero di Cristo e del suo sacrificio , ecco: pur accettandola per buona, alla fine, ci rimane fra le mani , amaramente per quel che mi riguarda, una
specie di paradosso: alla fine del percorso la violenza, cacciata, o meglio : che si era creduto di cacciare dalla porta della cultura e della storia, ritorna per la finestra (dell'Immaginario ?).
Cordialissimamente
Lettera firmata

Caro amico,
fa piacere ci vengano riconosciuti equilibrio e onestà. Per me, per noi selvatici, riportare le altrui tesi senza travisazioni, e naturalmente commentarle liberamente, è un punto d'onore. E' proprio quello che non è accaduto ai blogger che hanno accusato C. Risè di omofobia. Conosco personalmente Risè, oltre che attraverso i suoi lavori, e le assicuro che solo essendo immersi in un pensiero pienamente ideologico si possono considerare omofobiche le sue parole. Non è questa la sede, e onestamente non ne sarei capace comunque, per commentare il complesso pensiero di R. Girard, ma mi sembra che le ultime righe del suo messaggio confermino la pertinenza del mio richiamo. Il fatto è che il pensiero di Girard è tragico, come afferma anche lei, perchè non lascia scampo alle tesi consolatorie che credono possibile allontanare per sempre il male e la violenza dall'uomo. Così non è, ci dice Girard, e periodicamente, quando le differenze vengono meno a causa di processi storici e culturali, le crisi sacrificali riesplodono. Gli uomini, attraverso i riti ed anche i sacrifici, al cui centro c'era originariamente un soggetto/oggetto umano, possono solo tentare di depotenziare la violenza, non eliminarla. Rifiutarsi di accettare questo elemento tragico della vita, come fa il pensiero moderno, ottiene in realtà il contrario di quello che vorrebbe. Le utopie del '900, il secolo dei genocidi, confermano questa tesi. Gli omosessuali sono stati perseguitati dal nazismo e nei paesi comunisti, come accade ancora oggi a Cuba, non dal Cristianesimo, e la stessa categorizzazione dell'omosessualità e della figura dell'omosessuale è frutto del pensiero positivista moderno. Ora, nel XXI secolo, di utopie se ne riaffacciano di nuove e più pericolose perchè dissimulate dietro il richiamo alle democrazia e all'autodeterminazione. Mi riferisco allo strisciante eugenismo insito in chi vagheggia il "miglioramento" dell'umanità, foriero di nuove violenze verso i più deboli. Ma cos'è il miglioramento dell'umanità se non, di nuovo, perdita delle differenze?
Vale la pena insistere sul concetto di differenza. Su un altro versante se ne è occupato anche Ivan Illich, per il quale la guerra fra i sessi è frutto, eminentemente moderno, della scomparsa del "genere" e dell'affermarsi del lavoro unisex sull'onda delle necessità dell'apparato produttivo. Questo convergere da punti di vista diversi su uno schema concettuale analogo mi sembra interessante, e degno di riflessione.
Tornando ai nostri temi più specifici, credo debba essere tenuta ferma la distinzione fra i diritti inalienabili della persona e la necessità, per qualsiasi società, di strutturarsi su alcuni cardini fondamentali. La famiglia tradizionale è uno di questi, ed anche nella Grecia classica o a Roma, quando i comportamenti omosessuali non erano oggetto di esecrazione, nessuno sentì mai il bisogno di legalizzarli o equipararli in qualche modo al matrimonio, nè gli omosessuali si sentivano per questo discriminati. Siamo dunque in presenza di un salto di qualità significativo, che intende imporre un nuovo ordine sociale e antropologico.
La cosa dovrebbe far riflettere almeno da due punti di vista, ed è merito di Ida Dominijanni averlo evidenziato. Il primo è che quando due ordini sociali si confrontano, gli argomenti pertinenti dovrebbero essere, appunto, sociali e antropologici, essendo i problemi dei diritti soggettivi risolvibili in altro ambito, tanto nell'uno quanto nell'altro ordine. Il secondo riguarda la trasformazione profondissima che ha subito il movimento omosessuale. Mario Mieli ed il F.u.o.r.i si proponevano come eversori dell'ordine borghese, come, a loro modo, rivoluzionari che si opponevano al potere in nome di un'utopia libertaria, comunque la si giudicasse.
Per quello che ne posso ricordare io, dall'esterno, niente era loro più lontano dell'ansia da riconoscimento normalizzante. Quale significato dare allora a questa trasformazione?
Mi permetto di suggerire un'ipotesi di lavoro, basata su quanto sostiene Z. Baumann ma non solo lui. Cioè sulla enorme capacità delle moderne società "liquide", di inglobare, metabolizzare, rendere funzionali ai propri interessi, anche i comportamenti più laterali ed inizialmente eversivi. Delle due l'una. O i movimenti omosessuali si dichiarano ufficialmente i nuovi paladini di questa società ed accettano di essere considerati un "target di mercato" ricco e interessante economicamente, ma allora la loro battaglia è tutt'altro che rivoluzionaria, al massimo modernizzatrice contro i residui "oscurantisti" (come è accaduto nei fatti al '68), oppure hanno molta materia di riflessione. Insomma, anche in questo caso, chi è davvero "fuori" dal nuovo ordine che si va affermando?
I Maschi Selvatici

[16 aprile 2007]