| Intervista ai Maschi Selvatici a cura di una donna, M.
V., laureanda sulla “questione maschile” in Comunicazione Interculturale
per la Cooperazione e l'Impresa (gennaio 2009) Cari Maschi Selvatici,
che caratteristiche ha per voi il maschio oggi e che ruolo ha all'interno
della società?
A nostro parere il maschio oggi (ma il processo è in atto da decenni) si è
collocato in una posizione che non è adeguata rispetto alle valenze
antropologiche e simboliche della "virilità". Dal punto di vista
antropologico ha accettato l'inganno/ricatto di una società che gli chiede
esclusivamente di dedicarsi al denaro, al profitto e all'interesse,
all'immediato soddisfacimento del bisogno o al vuoto edonismo; ma facendo
questo ha accantonato ciò che le società tradizionali hanno sempre
valorizzato nel maschio, insegnandoglielo e richiedendoglielo anche con
precisi riti di passaggio iniziatici: la capacità di donarsi, di prendersi
cura con dedizione e sacrificio della sua famiglia e della comunità, di
difendere con attenzione e responsabilità la vita da lui generata. Detto
simbolicamente: l'uomo oggi ha dimenticato di onorare ciò che di profondo
e sacro lo rende psico-biologicamente maschio e che è inscritto
archetipicamente nella sua psichicità: il Fallo, simbolo appunto di dono,
di spinta per il cambiamento, di azione trasformativa che inaugura il
nuovo e il vivente. Questo fatto provoca parecchi disagi al maschio e alla
comunità in cui vive, ingabbiata in una situazione di statico
impoverimento poiché privata della spinta donativa e trasformativa che
costituisce la virilità stessa. Come diceva infatti Ezra Pound (che al
Fallo ha dedicato versi incisivi): "Con Usura nessuno ha una solida
casa/di pietra squadrata e liscia/per istoriarne la facciata,/con usura
non v'è chiesa con affreschi di paradiso/harpes et luz e l'Annunciazione
dell'Angelo con le aureole sbalzate,/con usura nessuno vede dei Gonzaga
eredi e concubine/non si dipinge per tenersi arte in casa, ma per vendere
e vendere/presto e con profitto, peccato contro natura,/il tuo pane sarà
straccio vieto arido come carta,/senza segala né farina di grano
duro,/usura appesantisce il tratto, falsa i confini, con usura nessuno
trova residenza amena./Si priva lo scalpellino della pietra,/il tessitore
del telaio". Fortunatamente però molti uomini, ad esempio i Maschi
Selvatici, hanno avviato da qualche anno un processo di rinnovamento nella
loro vita, fondato su una maggiore attenzione all'autenticità del loro
"essere maschi", spingendo inoltre la nostra stessa società, e altri
maschi, nella direzione che lo stesso Pound suggeriva: "Che il cuore sia
retto/il Fallo percepisca il suo scopo".
E quali sarebbero i principali obiettivi che l'uomo di oggi vuole
raggiungere?
Riconquistare nella propria profondità gli aspetti che connotano
l’identità maschile autentica, piena e serena: la capacità di amare la
propria donna, i propri figli, e la propria comunità; la responsabilità
nei confronti della vita cui si è dato, con la madre, l’avvio; la passione
nel custodire e proteggere la propria famiglia e i propri figli,
partecipando con attenzione alla loro crescita dal punto di vista
affettivo ed educativo. Non solo: la consapevolezza dei propri desideri,
della propria forza nel realizzarli, della felicità che si prova donando
agli altri la propria esistenza per un bene più ampio ed umano,
riconoscendo con umiltà la presenza di un Padre di cui ci si può fidare e
del quale meritano attenzione i consigli e i moniti.
Quali sono le principali differenze tra l'uomo di oggi e quello degli
scorsi decenni?
La perdita, o comunque la profonda modificazione dell’identità maschile, è
un processo iniziato ben prima degli ultimi decenni e coincide con la
“decadenza” del concetto di paternità. Non è questa la sede per esaminare
la questione, per la quale rimandiamo ai numerosi lavori di Claudio Risé (Il
maschio selvatico (Red Ediz., Como); Essere uomini (Red Ed.,
Como); Il padre l’assente inaccettabile) (San Paolo Ed.); ma anche
di Dieter Lenzen (Alla ricerca del padre, Laterza Ed.), di A.
Mitscherlich (Verso una società senza padre) e del nostro Paolo
Ferliga (Il Segno del padre, Moretti & Vitali,
www.paoloferliga.it).
Negli ultimi decenni il lungo processo che ha visto gli uomini
autoconfinarsi nella sfera economica rinunciando alle loro prerogative in
ambito familiare, ad esempio circa l’educazione dei figli, ed alla
trasmissione del sapere maschile, a favore prima della donna poi dello
Stato, ha “solo” subìto una brusca accelerazione fino al suo compimento
logico. Tuttavia, allora, pur con tutti i limiti, le carenze e addirittura
le storture di un potere che non trovava più legittimazione sociale, il
maschio conservava ancora la memoria “ancestrale” del passato e
soprattutto aveva ancora coscienza, sia pure parziale e distorta, di
giocare un ruolo importante nella società e nell’ambito della famiglia.
Oggi non è più così. Quella grande rivolta contro il padre che fu
il movimento giovanile del ’68, non ha corretto le storture di cui
dicevamo prima per recuperare l’integrità della figura paterna, come forse
i giovani di allora desideravano inconsciamente e di cui può essere presa
ad esempio la disperata invettiva di Kafka in Lettera al padre. Ha
invece spazzato via il concetto stesso di paternità e i suoi significati
simbolici (e concreti), sui quali si sono sempre fondate le società del
passato. I risultati, unitamente all’avanzare di processi
economico/sociali che hanno accentuato la distanza fra i luoghi del lavoro
maschile e della vita familiare, sono stati disastrosi sotto due punti di
vista connessi strettamente: è andata in frantumi la coscienza maschile di
sé, e con essa la consapevolezza della necessità della trasmissione
generazionale di modelli, esempi, saperi, senza i quali non si costruisce
alcuna identità di genere. Le conseguenze sulle generazioni successive
sono sotto gli occhi di tutti. Incertezza identitaria e spaesamento da un
lato, dall’altro accentuazione ossessiva di alcuni tratti caratteristici
del maschile fino ad un machismo ostentato che altro non è se non l’altra
faccia dell’insicurezza profonda che vivono gli uomini di oggi. In genere
si tende a considerare il nuovo protagonismo femminile come una delle
cause dell’insicurezza maschile. Noi, al contrario, pensiamo che un
maschile forte e integro non avrebbe avuto difficoltà ad accettarlo quando
fosse stato indirizzato a favore della donna e non contro gli uomini.
Pensiamo anzi che il femminismo nei suoi aspetti più rancorosi e
antimaschili sia potuto attecchire solo perché si è trovato di fronte un
maschile già gravemente malato e indebolito, che ha saputo soltanto
abbandonare precipitosamente il campo, salvo legiferare contro se stesso
(cito in particolare la legge sull’aborto che esclude il maschio/padre
anche dal solo parere consultivo sulla nascita di suo figlio, come è stato
spiegato nel Documento per il padre
http://www.claudio-rise.it/documento_per_il_padre.htm e come è stato
commentato da Antonello Vanni ne Il padre e la vita nascente,
Nastro Ed. 2004,
www.antonello-vanni.it) e/o inveire inutilmente da lontano e
rigorosamente in privato. Si intravedono però, oggi, anche fondati indizi
di cambiamento. Pensiamo non solo agli svariati gruppi e associazioni
maschili che discutono con passione di questi temi ed ai libri che sono
dedicati alla questione maschile, ma soprattutto ad una nuova coscienza
della paternità e del suo valore irrinunciabile. Pur nella inevitabile
confusione, pensiamo ai così detti “mammi”, nei giovani maschi si fa
strada l’idea che la virilità non può non passare dalla rivalutazione del
ruolo e della funzione del padre. Vedremo il futuro.
Siete nostalgici di quel modello? oppure no?. Se sì, quali sono gli
strumenti che possono essere utilizzati per ritornare alla posizione che
l'uomo aveva in passato?
Dunque: nessuna nostalgia di un modello che faceva già ampiamente acqua.
Ma a proposito di nostalgia occorre fare una precisazione. È interessante
notare come uno dei più frequenti lamenti femminili è il fatidico “non
esistono più gli uomini di una volta”. Ora, poiché è impensabile che ci si
riferisca al maschio “padrone” (se mai è veramente esistito), e dando
anche per scontata la contraddizione di chi si lamenta per la scomparsa di
qualcosa contro cui si è combattuto, questa lamentazione indica che le
antiche virtù virili mancano anche alle donne. Ecco, se si può parlare di
nostalgia, è precisamente a quelle virtù che ci riferiamo, come riteniamo
si possa capire bene leggendo con attenzione il sito e il blog dei Maschi
Selvatici www.maschiselvatici.it . In questo senso la domanda è quindi
malposta, come malposta è quella sugli “strumenti” per riconquistare le
posizioni perdute. Gli uomini non devono riconquistare posizione alcuna,
devono riconquistare se stessi e la propria identità profonda. Il resto,
semmai, verrà di conseguenza e non certo per imposizione. Il futuro degli
uomini dipende da loro stessi e solo da loro. Alla società chiediamo una
sola cosa: che il mondo maschile venga rispettato come merita, anche nel
suo travaglio doloroso, e che cessi il “tiro al maschio” nelle sue varie
forme, dalle fiction alla pubblicità, agli attacchi contro la
figura paterna, passando per una informazione a senso unico e spesso
alterata nelle analisi dei fatti e nel modo stesso in cui vengono date le
notizie.
Le donne e i Maschi Selvatici. Cosa pensate della donna e del ruolo che
assume nella società?
Premesso che ogni persona deve essere libera di perseguire il proprio
progetto di vita, la questione va affrontata a partire dal riconoscimento
del concetto di differenza sessuale. Maschi e femmine, partecipando
ovviamente alla identica natura umana che li pone su un piano di uguale
dignità, sono tuttavia diversi. La diversità è inscritta in primo luogo
nel corpo e da essa scaturiscono anche differenze psicologiche importanti
che implicano una diversa percezione del mondo, diverse inclinazioni,
passioni, attitudini, intelligenze. Crediamo che queste diversità debbano
essere valorizzate o comunque lasciate libere di esprimersi in un ambito
di complementarietà fra i generi, piuttosto che lette come costrutto
culturale maschile teso ad opprimere le donne, tendenza ormai affermatasi
nell’Occidente moderno. In termini concreti riteniamo che le donne, nel
loro encomiabile sforzo di assumere ruoli e funzioni via via più
importanti nell’ambito sociale, non lo debbano fare snaturando se stesse e
puntando ad imitare modelli maschili, modelli peraltro discutibili per gli
stessi uomini per come si sono andati affermando negli ultimi decenni ma
che, applicati alle donne, finiscono solo per generare copie malriuscite
dell’originale, conservandone tutti i difetti ma non assumendone, almeno,
anche i pregi. Secondo gli assiomi della cultura dominante nella modernità
occidentale, invece, le differenze sono lette unilateralmente come frutto
di stereotipi culturali, dunque nefaste, e si propone un modello unico
maschile/femminile di relazione interpersonale e ruolo e funzioni sociali.
Per ottenere questo obiettivo, come documenta Alessandra Nucci in “La
donna a una dimensione” (Cortina editore), si opera in duplice direzione.
Sul lato maschile svalorizzando negli uomini i caratteri della virilità,
sul lato femminile incentivando invece gli stessi caratteri e puntando
contemporaneamente a svalorizzare quelli tradizionalmente femminili senza
peraltro, impresa impossibile, riuscire a rendere identici i due generi ma
piuttosto producendo situazioni schizofreniche. Rispetto alle donne la
prima e più importante conseguenza è la svalorizzazione del corpo e delle
sue funzioni naturali. La maternità, ad esempio, viene considerata da un
lato un noioso incidente di percorso o comunque un ostacolo alla carriera
e all’emancipazione, mentre dall’altro viene vista come un diritto
assoluto della donna per soddisfare il quale si incentivano le invadenti
tecniche di fecondazione artificiale (che noi preferiamo definire
“fabbricazione artificiale della vita”), considerando talvolta la donna
depositaria unica del diritto di vita e di morte sul figlio. Ma non solo,
pensiamo ad esempio al farmaco che blocca le mestruazioni e
all’avveniristico utero artificiale, a tutto ciò insomma che finisce per
medicalizzare il corpo inducendo a percepirlo come malato in sé, e in
definitiva a medicalizzare la vita stessa. Il risultato dei messaggi
contradditori per la maggioranza delle donne è un’oscillazione continua
fra senso di onnipotenza e depressione cronica, nonché alla fine la
solitudine di tutti, femmine e maschi. Crediamo che sia necessario un
grande sforzo di riflessione che coinvolga il genere femminile (e
naturalmente per quello che lo riguarda anche il genere maschile) teso a
ripensare natura e senso dell’egemonia culturale degli ultimi decenni, ivi
incluso il femminismo nelle sue diverse declinazioni che è diventato
alleato e insieme strumento del potere economico/politico/finanziario.
Quest’ultimo, ancorché esercitato ancora oggi in grande prevalenza da
maschi, corrisponde a quello che Claudio Risé definisce la dominanza
dell’archetipo della Grande Madre, i cui caratteri non è possibile qui
illustrare, ma che nella sostanza è psichicamente regressivo verso uno
stato di perenne adolescenza ed è tanto antimaschile quanto antifemminile.
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