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Abbiamo letto
Bastonati, di Susan Faludi
(Red
edizioni.)

Soldati
americani,in Vietnam
E’
difficile che un libro scritto da una donna sugli uomini, o da un uomo
sulle donne, riesca ad andare al di là di un più o meno suggestivo
(o irritante) mixing di proiezioni, rancori, desideri. Perché ognuno
di noi, in fondo, può parlare autorevolmente solo di ciò che sa,
vale a dire di ciò che é: donna o uomo.
Persino i fondatori della psicanalisi, Sigmund Freud e Carl Gustav Jung,
quando hanno parlato delle donne, hanno detto (anche) delle grandi
sciocchezze. Le cose più intelligenti le hanno apprese dalle amiche:
Lou Andréas Salomé, Toni Wolff, le mogli, le amanti. Più tardi, le
psicanaliste del femminismo, Luce Irigaray in testa, hanno guardato
all’uomo con la stessa lente deformante con cui i fondatori maschi
avevano guardato alla donna. Salvo poi ricredersi e dire cose più
sensate quando, più tardi nella vita, si sono innamorate.Susan Faludi
é una piacevole eccezione a questa regola. In questo libro, Faludi
parla degli uomini con competenza, e complessiva equanimità. Ha
voluto scrivere un libro serio, e non produrre un evento editoriale, e
si sente.
Fin dall’inizio, quando racconta che, da brava femminista storica
qual é, ha voluto cominciare la sua ricerca sul maschile seguendo per
mesi un “gruppo terapeutico” (sul tipo di quelli descritti con
genialità in quello straordinario film che é Fight Club) di
“picchiatori”, di uomini condannati per aver percosso le loro
donne (anche O.J... Simpson sarebbe dovuto andarci, ma lo evitò
promettendo al giudice di impiegare lo stesso tempo telefonando allo
psichiatra).
Ma non ci mette molto, Faludi, a capire che il nocciolo del problema
non é: cosa gli uomini hanno fatto ad altri, e perché.
Ma piuttosto: cosa é stato fatto loro.
E quando lo capisce, subito capisce dell’altro. Vale a dire che ciò
che gli uomini hanno subito in occidente, dopo la seconda guerra
mondiale, é un colossale, catastrofico, tradimento.
A parole, veniva loro chiesto di essere i bravi, onesti protagonisti
del sogno di sviluppo e progresso, che dopo la vittoria della seconda
guerra mondiale avrebbe abbandonato Marte, il dio della guerra, per
andare su Marte, in una straordinaria, bellissima, hollywoodiana,
avventura. Nella realtà le guerre sono continuate, la Corea, poi il
Vietnam; i massacri prima taciuti, poi venuti a galla come un
gigantesco rimosso. In Europa non è stato diverso: l’Algeria
innanzitutto, poi le interminabili “guerre di pace”, da Mogadiscio
a Sarajevo, dove i maschi, eroi alla partenza, diventavano
rapidamente, al momento del ritorno e del loro difficile
reinserimento, i criminali, gli stupratori, i violenti. E, ancora, in
America: i Kennedy uccisi non si é mai saputo perché;
i 74 Davidiani, di cui 24 bambini, sterminati dagli agenti
federali il 19 aprile del 1993. Ma anche l’Europa gronda di sangue
mai spiegato: dal Conte Bernadotte, a Dag Hammarskjold, a Olof Palme,
a Ustica, Piazza Fontana, Piazza della Loggia (per ricordarne solo
alcuni); tutti eventi di cui si sa poco, se non che attraverso di loro
un potere burocratico e totalitario cercò di fermare le libere
iniziative degli uomini. E
tante altre immagini, ben diverse da quella rosea sceneggiatura
cinematografica, reclamizzata dai media. Tutte mai spiegate, ma ben
impresse nell’inconscio dell’uomo occidentale.
Il mondo dei padri era dunque molto meno chiaro e luminoso di quanto
la retorica pedagogica destinata al Perfetto Cittadino Occidentale
volesse far credere.
Ma di lì a poco fu chiaro ben altro.
Non fu più, infatti, possibile non vedere un fenomeno che é
al centro del tradimento degli uomini, in tutto l’Occidente. Mentre
Bruno Bettelheim, il grande psicanalista, ed altri saggi additavano il
68 come un grande, sanguinoso, parricidio, si scoperse che il padre
non c’era più. Risucchiato dalle Grandi Aziende Multinazionali,
dalle Corporations, tutto impegnato a far soldi, se poteva. Oppure
fuggiasco e allo sbando, se era uno dei tanti perdenti che nella
ristrutturazione economico industriale degli ultimi decenni del 900
aveva gettato la spugna. Negli USA, in vent’anni, il 45% dei padri
neri, e oltre il 30% dei bianchi, se ne sono andati da casa, ormai
incapaci di mantenere una famiglia. Ma noi sappiamo che l’America è
il solo “pesce pilota” dell’Occidente. Da noi, in Europa,
i rilievi statistici funzionano peggio, ma chiunque lavora nel
sociale sa che, nella grande maggioranza dei casi,
dietro la fuga di tanti padri e mariti c’è, inizialmente, un
fallimento economico, un licenziamento prodotto dalla grande
ristrutturazione economica degli ultimi vent’anni. Qualcosa insomma,
che ha convinto l’uomo, espulso dall’organizzazione produttiva,
di non essere in grado di fare l’uomo, di essere padre, e
marito.Insieme col padre, scompare dal mondo dei maschi occidentali,
lo “sguardo paterno”. Come ricorda Faludi (pag. 531) i padri
“incoraggiavano o giudicavano, frenavano o approvavano. In quanto
anziani della società, si pensava che i padri
sapessero cose che i loro figli avevano bisogno di apprendere.
Ma in una cultura di consumo, dove ciò che serviva era la capacità
dei giovani di consumare, non di produrre” ciò che i figli
cercavano non era più riflesso in questo sguardo paterno. Il quale,
infatti, fu sostituito dalla telecamera. “Alla fine del XX secolo
-racconta Faludi- era impossibile vivere senza il calore della luce
della ribalta mediatica, o il freddo della sua assenza. Ma l’occhio
televisivo, a differenza di quello del padre, guardava soltanto.
Celebrava senza capire. Non aveva un sapere da trasmettere, non poteva
insegnare, o guidare.”
La scomparsa del padre, e del suo sguardo, é, dalla fine della
seconda guerra mondiale in poi, il grande tradimento commesso contro
l’uomo, in tutto l’Occidente. Un dramma che in Italia si aggiunge
alla tradizionale predominanza dell’Archetipo materno, la Grande
Madre, nei paesi dell’area mediterranea. Nella grande maggioranza
degli interventi alle liste di discussione del sito www.maschiselvatici.it,
in Italia, l’argomento proposto dagli uomini è l’assenza del
padre. Ma senza padre,
come racconta Robert Bly ne La società degli eterni adolescenti,
o io stesso ne Il Maschio Selvatico (entrambi pubblicati da Red),
non si cresce. Non si impara né ad opporsi davvero, né ad accettare,
autenticamente, consapevolmente, le regole. Senza padri non si diventa
dei veri padri, ma casomai padri fuggiaschi, o padri fantasma,
perpetuando così questa tragedia dopo di noi.
Tutto ciò, Faludi lo racconta con mille storie di uomini, buoni e
cattivi, intelligenti e stupidi, interessanti o squallidi. Ma tutti,
ugualmente, traditi.
Molti di loro in cerca di una dignità, di una visione, al di là di
quella di devoti consumatori, l’unica che la società occidentale si
sia preoccupata di fornire loro.Sappiamo che questa ricerca é anche
quella di molte donne. Come Susan Faludi. Che sanno bene, come so io,
e tanti altri uomini, che la libertà, e il gusto della vita, uomini e
donne la potranno ritrovare soltanto insieme. Cambiando una società
che li ha traditi entrambi, sacrificandoli con cinica volgarità
sull’altare del profitto di entità
cartacee, senza un corpo organico, senza un’anima
trascendente, e senza un cuore: le grandi Corporation
Multinazionali.La nostra dignità, il nostro sapere, la nostra capacità
di creare e far crescere la vita, ognuno nel proprio modo, diverso, la
ritroveremo insieme, uomini e donne.
O - Dio non lo voglia- non la ritroveremo affatto.
Claudio Risé
I resti di Melissa Morrison,
uno dei 24 bambini, sterminati dagli agenti federali il 19
aprile del 1993, a Waco, Texas, per ordine del Presidente democratico
Bill Clinton, e del suo sottosegretario alla Giustizia, la signora
Reno, che ha organizzato di recente il rapimento del bimbo da
restituire a Cuba per ragioni di “realpolitik”. L’attacco e lo
sterminio dei davidiani di Waco, così come la politica di
discriminazione ai danni dei reduci del Vietnam, é citato da Susan
Faludi come uno degli innumerevoli esempi di “doppia verità”
(libertà di opinione/sterminio di chi la pensa diversamente;
patriottismo/ emarginazione di chi si é battuto), usata dai
governi delle multinazionali americane per “bastonare” gli uomini,
e i loro valori.
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Una
Guida nei percorsi della Selvatichezza: Ernst Jünger
a cura
di Paolo Marcon
fototessera
di Ernst Jünger
quando a 18 anni si
arruolò nella
Legione
Straniera.
http://www.juenger.org/fr_biogpic2.html
Trattato del Ribelle
(Adelphi
edizioni; trad. it. di F. Bovoli).
Nei primi anni del secondo dopoguerra Ernst Jünger scrive
una preziosa guida alla libertà che uscirà nel 1951 con il titolo
enigmatico Der Waldgang (passaggio al bosco), oggi edito in
Italia con il titolo Trattato del Ribelle
(Adelphi).
Nell’antica Islanda il Waldgänger (letteralmente, colui che
passa al bosco), è il proscritto che si dà alla macchia e conduce
una vita solitaria, libera e rischiosa. Lo scrittore tedesco si rifà
a questa tradizione nordica per tracciare la figura del Ribelle,
un tipo d’uomo che sceglie di resistere al nichilismo desertificante
del nostro tempo. Jünger individua
nelle “teorie che tendono ad una spiegazione logica e razionale del
mondo”, e nel “progredire della tecnica”, l’origine
dell’assedio all’uomo moderno.
Com’è possibile salvarsi da questa realtà che annienta l’essere,
o perlomeno lo nasconde sotto identità artificiali? La risposta che
Junger dà è : Incamminandosi lungo la Via del Bosco… Se la nave,
il Titanic, è il simbolo della civiltà tecnologica avanzata in cui
trionfano razionalismo, ostentazione volgare,
ed automatismo, il Wald /(Selva)
è lo spazio sacro in cui l’uomo incontra se stesso,
riscoprendo le forze primordiali della vita.
Che il mondo della sicurezza borghese invece nega, intimorito dalla
natura elementare. Come se si potessero cancellare gli istinti, le
pulsioni profonde e la
stessa morte (tutto ciò che troviamo nel Bosco), con una scelta
razionale. La Selva non è quindi semplicemente un paesaggio naturale,
ma soprattutto il simbolo di quella “terra selvaggia” (Wildnis),
che ogni uomo ha in sé. In questo senso il bosco può
crescere ovunque, sulla nave come nella metropoli moderna e per
questo Jünger parla del bosco come di qualcosa di intimo, di segreto,
che molti possono ritrovare, lì dove sono, dentro di sé. La parola
tedesca heimlich significa appunto segreto, e quindi luogo
protetto. Il
passaggio al bosco è però
anche unheimlich/inquietante : una “escursione perigliosa” , oltre il “meridiano zero
del nulla” che comporta un “avvicinamento” alla morte. Come
insegnano le dottrine tradizionali,
solo nell’estremo pericolo cresce ciò che salva. Nella
foresta infatti il Ribelle rinasce
ad una vita nuova e più autentica: solo andando verso la morte il
singolo, che è “l’uomo libero come Dio l’ha creato, l’uomo
che si nasconde in ciascuno di noi”, può vincere la paura
dell’annientamento, e quindi ogni altro timore che discende da
quella paura. Diventando così un uomo libero, conscio della sua
natura principesca e dell’immensità della sua forza che lo mette in
relazione con l’Assoluto. Il passaggio al bosco non sembra dunque,
come lascia intendere lo stesso Jünger, un regresso al mondo delle
madri. Ce lo ricorda Nietzsche: il “ritorno alla natura” non è
propriamente un
retrocedere ma un andare in alto verso “l’eccelsa, libera, e anche
tremenda natura e naturalità, una natura che gioca e può giocare coi
grandi compiti”. In definitiva possiamo dire che con il Trattato
del Ribelle Jünger ci consegna un’immagine della foresta (che
ritroviamo spesso anche nella mitologia e nelle fiabe europee, a
testimonianza di quanto sia radicato nel nostro animo il simbolo del
bosco), come luogo in cui l’uomo diviene sovrano di sé,
ritrovando il contatto con quei poteri che sono superiori alle
forze del tempo. E , come afferma Claudio Risé ne L’ombra del
potere (Red edizioni), il Waldgänger è una
rappresentazione contemporanea dell’archetipo dell’Uomo Selvatico,
colui che si salva grazie al suo sapere naturale. La Via del Bosco è
dunque il percorso che ogni uomo deve compiere per recuperare la sua
“selvatichezza”, e per riscoprire quelle forze ed energie
maschili, anche violente ma necessarie alla trasformazione della
realtà, che la società grandematerna ha sacrificato sull’altare
delle buone maniere.
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Il tesserino militare da
volontario della Ia guerra mondiale.
http://www.juenger.org/fr_biogpic3.html
Passaggi al bosco
Luisa Bonesio e Caterina Resta corrono coi lupi; sono due
donne vicine a quel mondo della natura che ci sta tanto a cuore.
Abbiamo quindi letto ed
apprezzato molto il loro Passaggi
al bosco. Ernst Jünger nell’era dei Titani (ed.
Mimesis, www.alfapi.com/mimesis).
Si
tratta di un libro che ripercorre l’intera opera del grande
pensatore tedesco, scomparso nel 1998 all’età di centodue anni.
Jünger grazie alla sua
“sensibilità stereoscopica” è riuscito a cogliere l’essenza
profonda dei processi che segnano la modernità. Nel primo dopoguerra
egli si rende presto conto della grande svolta che l’ Occidente sta
vivendo. Lo sviluppo tecnologico, che ha modificato i sistemi di
combattimento, sconvolge la vita anche in tempo di pace. La
mobilitazione totale (nel suo duplice aspetto, tecnico e spirituale)
si impone nel mondo del lavoro che assume dunque un carattere totale.
Con straordinaria lucidità Jünger intravede, tra le due guerre
mondiali, l’avvento della Figura dell’Operaio, il “milite del
lavoro” che mobilita il mondo con la tecnica. Lo spazio del lavoro
non conosce più confini e l’azione dell’homo technicus è
una spinta unificatrice. Come osserva Resta, ben prima
dell’invenzione di internet lo scrittore europeo comprese il modo
reticolare con cui la tecnologia impone il suo dominio. Ma se negli
anni trenta Jünger ha ancora fiducia nelle capacità del Lavoratore
di dominare le macchine nell’attesa che la tecnica si spiritualizzi,
il catastrofico secondo conflitto mondiale rende evidente
l’inadeguatezza dell’Operaio.Il quale lungi dal controllare i suoi strumenti
sembra essere diretto da loro, in un processo che tende alla
costruzione di una terra senza confini e senza dèi, in cui trionfa un
orribile “paesaggio da officina”. Così Jünger da un lato scorge
la necessità di una unificazione politica del mondo nella quale
l’organizzazione (il linguaggio tecnologico) non schiacci
l’organismo (la sostanza vitale, le diverse culture ed identità).Il
fondamento di questo Stato mondiale deve essere una nuova teologia in
grado di portare l’uomo a riscoprire la relazione col divino,
indispensabile per governare le forze titaniche del nostro tempo.
Dall’altro individua nuove figure (il Ribelle, l’Anarca) capaci di
operare quei passaggi oltre il “muro del tempo” che restituiscono
libertà ed autenticità al singolo che sappia avvicinarsi al fondo
immobile ed originario della realtà.Tali “passaggi al bosco” sono
praticabili, come suggerisce Bonesio, laddove l’uomo riesce ancora a
sentire la sacralità della natura, pensando ad essa al di fuori degli
schemi della scienza moderna che la banalizza ad oggetto di analisi e
manipolazione. Ma l’approccio alla natura non può nemmeno essere di
tipo romantico, ché questo definisce la bellezza della natura solo in
funzione dei canoni estetici dell’uomo, rimanendo così in una
prospettiva antropocentrica. Bisogna imparare di nuovo a guardare la
natura rispettandone i simboli meravigliosi. Ed anche in questo Ernst
Jünger ha molto da insegnarci…
Ecco una bibliografia con le
principali opere di Jünger in ordine cronologico!
*1920.Nelle tempeste d'acciaio, Guanda.Diario tenuto da Ernst
durante la prima guerra mondiale.Opera fondamentale che lo rese famoso
come scrittore di guerra.Vi descrive, in modo realistico, la
"guerra di materiali" (Materialschlacht), una nuova specie
di combattimento dovuto all’impiego della tecnica nelle operazioni
militari, in cui l’uomo diventa meno importante della forza delle
macchine.
*1924.Boschetto 125, Guanda.Ancora
sulla prima guerra mondiale.Racconta la vita di trincea.
*1929.Il cuore avventuroso, Guanda.Diario
visionario che propone una serie di immagini talvolta sconvolgenti,
che attaccano la società del dopoguerra.
*1932.L'Operaio, Guanda.
E' l'opera più "pallosa" di Jünger, ma importante anche
per rendersi conto dell'evoluzione del suo pensiero.Qui prima espone
la sua fondamentale Teoria della Forma, o Figura (Gestalt), e poi
individua la figura dell'Operaio (Der Arbeiter), come figura del
nostro tempo.E' colui che mobilita il mondo con la Tecnica.
Sostanziale giudizio positivo della tecnica come strumento di
accelerazione e superamento del nichilismo.
*1934.Foglie e pietre,
Adelphi.Raccolta di saggi tra cui l’importantissimo "La
Mobilitazione Totale".Questa è un processo legato all’avvento
della figura dell’Operaio e all’evoluzione delle tecniche di
guerra (nelle battaglie di materiali tutti sono mobilitati).Ma è uno
stato di cose che si impone, in tempo di pace, nel mondo del lavoro.
*1936.Ludi africani,
Guanda.Racconto della sua esperienza di legionario.Con
questo libro Jünger sembra denunciare il carattere illusorio della
fuga romantica dalla società borghese.
*1939.Sulle scogliere di
marmo, Guanda. Bellissimo!!! Romanzo utopico che presenta una
critica neanche troppo velata al Nazismo.Da leggere assolutamente.
Curiosità: qui il Forestaro è una figura negativa...bisognerebbe
studiarla questa cosa...
*1941-1942.La pace, Guanda.Guarda
oltre la guerra mondiale e pensa agli assetti futuri.Si dice che
questo libro sia stato letto da Rommel mentre preparava il colpo di
stato fallito contro Hitler.
*1941-1945.Irradiazioni, Guanda.
Diario della seconda guerra mondiale.
*1950.Oltre la linea,
Adelphi.Saggio sul nichilismo in cui introduce il
tema della Wildnis.
*1951.Trattato del Ribelle, Adelphi.In
questo testo Jünger descrive la figura del Waldgänger (colui che
passa al bosco). Vedi recensione negli “Abbiamo letto”.
*1953.Il nodo di Gordio,
Il Mulino.Riflessioni su occidente e oriente, scritto con Schmitt.
*1954.IL libro dell'orologio
a polvere, Adelphi.Riflessioni sul tempo: era un grande
appassionato di clessidre.
*1959.Al muro del tempo, Adelphi.
Ancora sul tempo in una prospettiva critica rispetto alle concezione
lineari.
*1960.Lo Stato mondiale, Guanda.Importante
per capire la dimensione imperiale della globalizzazione.
*1977.Eumeswil,
Guanda.Romanzo utopico in cui individua la figura dell’Anarca, un
tipo d’uomo che “può trasformarsi in Ribelle, ma può anche
vivere tranquillamente al riparo di un’oscura funzione”.
Nelle traduzioni in italiano si sono distinti: G. Zampaglione, M. Tarchi, F.
Cuniberto, Q. Principe, A. Iadicicco,
I. Harbeck,
A.Pellegrini, A. Apa, H. Furst,
F. Volpi, A. La Rocca, F. Bovoli,
G.Panzieri, G. Russo, A. Grieco,
M. T. Mandalari.
Poi c’è molto altro,
naturalmente. Buon lavoro naviganti-lettori !
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Walden
ovvero vita nei boschi
Di
Henry David Thoreau., B.U.R.
Classici
http://www.usmh.usmd.edu/thoreau/images/
Un
vero classico in materia di rapporti tra l’uomo e la natura è
“Walden ovvero vita nei boschi”, cronaca di due anni trascorsi tra
il 1845 ed il 1847 da Henry David Thoreau in completa solitudine in
una capanna sulle rive del lago Walden, sito vicino a Concord, allora
importante centro culturale del Massachussets.
Il libro,
pubblicato nel 1854 dopo varie rielaborazioni del diario
quotidianamente tenuto dallo scrittore per documentare il vissuto di
quella particolarissima esperienza, costituisce un affascinante
insieme di riflessioni personali, di considerazioni
storico-filosofiche, di narrazione di episodi di vita quotidiana e di
descrizione (a volte minuziosa e sempre di taglio modernissimo) degli
eventi naturali che si andavano via via manifestando, con il cambio
delle stagioni, attorno al lago Walden ed ai suoi boschi.
Thoreau, con grande preveggenza, era fin da allora ben consapevole che
la Natura doveva essere capita e salvata. E il libro in questione
doveva provarlo. Così come la esperienza della prolungata solitudine
nei boschi, fedelmente registrata nel libro, era volta a dimostrare ai
suoi contemporanei quanto poco bastasse per vivere e come fosse vitale
il sottrarsi ad ogni genere di “consumismo” (come diremmo oggi).
La finalità dell’esperienza personale e letteraria di Thoreau era,
dunque, essenzialmente morale e politica.
Scriveva: “Persino in questo paese relativamente libero, gli uomini,
nella maggior parte (per pura ignoranza ed errore), sono così presi
dalle false preoccupazioni e dai più superflui e grossolani lavori
per la vita, che non possono cogliere i frutti più saporiti che
questa offre loro: le fatiche eccessive cui si sottopongono hanno reso
le loro dita troppo impacciate e tremanti. In effetti, un uomo che
lavori duramente non ha abbastanza tempo per conse rvare giorno per
giorno la propria vera integrità: non può permettersi di mantenere
con gli altri uomini i più nobili rapporti, perchè il suo lavoro
sarebbe deprezzato sul mercato; ha tempo solo per essere una macchina
... Le qualità migliori della natura umana, come i fiori in boccio,
si possono conservare solo avendone la massima cura. Eppure noi non
trattiamo nè noi stessi nè gli altri con tanta tenerezza.”.
Ed ancora: “Andai nei boschi perchè desideravo vivere con saggezza,
per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non
fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non
scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere
quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente
necessario. Volevo vivere profondamente e succhiare tutto il midollo
di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò
che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita
in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici ” ....... “I
fanciulli, che vivono la vita gioiosamente, ne distinguono le vere
leggi e i veri rapporti con maggiore chiarezza degli adulti, che non
riescono a viverla degnamente, ma sono convinti d’essere più saggi
per esperienza, in base cioè ai loro propri fallimenti”.
Per
Thoreau il ritiro nei boschi è una ricerca del Sé più profondo.
“L’uomo è tutto, la Natura nulla, ma lo estrae e lo riflette”.
“La
nostra vita di villaggio ristagnerebbe se non fosse per le sue foreste
inesplorate e per i prati circostanti. Noi abbiamo bisogno del tonico
di ciò che è selvaggio – talvolta di guardare le paludi dove il
tarabuso e la gallina dei prati si appiattano, e di udire il canto del
beccaccino; di odorare la sussurrante saggina, dove solo qualche
uccello più selvaggio e solitario si costruisce il nido, e la
marmotta striscia con il ventre al suolo. Nello stesso tempo che
sinceramente desideriamo esplorare e imparare ogni cosa, noi chiediamo
che queste siano misteriose e inesplorabili, che terra e mare siano
infinitamente selvaggi, non sorvegliati nè sondati da noi, perchè
impenetrabili.Non
possiamo mai avere abbastanza dalla Natura. Dobbiamo essere
rinfrescati alla vista di un vigore inesauribile, e di fattezze vaste
e titaniche: la costa del mare con i suoi naufragi, i boschi selvaggi
con i loro alberi vivi e marcentisi,
la nube carica di tuono, la pioggia che dura tre settimane e provoca
straripamenti. Abbiamo bisogno di vedere che i nostri limiti vengano
trasgrediti e che ci sia vita che pascoli liberamente dove mai noi
vaghiamo”.
E
nelle pagine finali di Walden si legge: “Io lasciai i boschi per una
ragione altrettanto buona di quella per cui mi ci ero stabilito. Forse
mi pareva d’avere altre vite da vivere, e di non potere dedicare
altro tempo a quella sola. ... Imparai questo, almeno, dal mio
esperimento: che se uno avanza fiducioso nella direzione dei suoi
sogni, e cerca di vivere la vita che s’è immaginato, incontrerà un
inatteso successo nelle ore comuni. ... Se avete costruito castelli in
aria, il vostro lavoro non deve andare perduto; è quello il luogo
dove devono essere. Ora il vostro compito è di costruire a quei
castelli le fondamenta”.
Bastano
quindi questi pochi cenni per evidenziare l’attualità di Walden ad
oltre centocinquant’anni dalla sua realizzazione. E la comunanza
della ricerca di Thoreau con quella, odierna, dei Maschi Selvatici.
Cesare
Degli Occhi
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IL
DONO
I Maschi Selvatici
individuano nella tendenza a donare e donarsi lo specifico
della relazione fallica con il mondo. E quindi lo specifico del
maschile.
Gli studi sul dono come modalità
di relazione ci
interessano quindi in modo particolare: quella che essi é la crisi
della società fondata esclusivamente sullo scambio e il consumo, per
noi é la crisi della società ginecocratica, dominata da un conscio
collettivo posseduto dal principio femminile - grandematerno
dell'appagamento del bisogno.
J. T. Godbout, L'esperienza
del dono, Liguori, pp.152 L.16.000
Nella pratica del dono, sostiene
l'autore, la società è come condotta al di là di se stessa, così
come l'individuo mette in gioco ]a propria identità. Il rischio del
dono, infatti, è il rischio dell'identità. Perché si dona? Si
chiede Godbout. "Per collegarsi, mettersi in presa con la vita,
per rompere la solitudine, trasmettere, appartenere a qualche
cosa". Ogni dono è la ripetizione della nascita, dell'arrivo
della vita, un salto misterioso al di fuori di ogni determinismo. Né
ipocrita né strumentale e neppure residuale, come spesso si sostiene
oggi, l'esperienza del dono si rivela essere fondamento stesso di ogni
società, la sua stessa condizione di sopravvivenza. Esso ci collega
all'imprevisto, alla libertà, al mistero, alla nostra stessa natura
di animali sociali. A partire da due ricerche sul campo, la
riflessione dell'autore mostra che nella sfera dei legami primari -
come quelli familiari - ma anche nel dono tra sconosciuti - come nel
caso della donazione di organi - l'esperienza che si configura è
quella di un debito positivo verso gli altri.
C. Champetier, Homo consumans.
Morte e rinascita del dono, pp. 160 L. 26.000.
Homo sapiens, homo faber, homo
oeconomicus, zoon politikon. . . Ia classificazione del genere homo,
che si compia sotto auspici scientifici o filosofici, empirici o
ideali, è un dato costante della storia del pensiero. L'uomo vive
prima di tutto nella concezione che si fa di se stesso e riflette
nelle sue grandi narrazioni. Da questa si deducono i rapporti con i
suoi simili e con il mondo che lo circonda.
A quale potente definizione di
uomo obbedisce la modernità? Quella dell'individuo come "essere
di bisogno", destinato incessantemente ad approntare i mezzi per
soddisfare i propri fini, supponendo che questi ultimi siano
illimitati. Si guardino, ad esempio, i grandi generi sotto cui è
stata catalogata l'umanità dalla cultura moderna e affiorerà sempre
questo nocciolo duro: l'uomo ricerca razionalmente il suo migliore
interesse e non smette di lavorare, di accumulare, di scambiare o di
conservare...
I concetti di dono e di gratuità
qui esposti non costituiscono tanto la negazione paradigmatica o la
contraddizione dialettica del calcolo e dell'accumulazione, quanto la
loro sfida simbolica, la loro "parte maledetta",
incessantemente soffocata, incessantemente rinascente. Richiamando
l'antica presenza della generosità e della prodigalità, questa
critica dei fondamenti dell'economia politica dimostra come la maggior
parte delle società umane abbiano accordato un posto secondario
all'utilitarismo suggerendoci il carattere "eccezionale" del
mercato moderno. Ma al di là della critica - sempre limitata e
condizionata dal suo oggetto - questo saggio propone un vero e proprio
rivolgimento di quei valori e codici, che oggi sembrano dominanti.
Le recensione qui segnalate sono
riportate dall numero intitolato: Le forme del comunitarismo,
dell'ottima e stimolante rivista: La
prospettiva Comunitaria. rivista di studi sociali.
La rivista, non in vendita, può essere richiesta
gratuitamente al Dipartimento di sociologia dell'università di
Parma, Borgo Carissimi 10, presso gli Student Office di Lettere,
Filosofia e Economia, oppure direttamente a Il Cantiere delle Idee,
Centro Studi sull'Uomo e la Comunità, tel. 0521/672195; http://www.ntsc.com/cantiere
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IL
WEHRWOLF (Hermann Löns)
Herrenhaus Edizioni 2000
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In un paesaggio lavorato
dall'uomo irrompono i demoni della distruzione, come "un
picchio che si è avventato sul formicaio". E' questo il
paesaggio evocato dallo scrittore tedesco Hermann Löns
(1866-1914) nel suo romanzo il Wehrwolf, la landa di Luneburgo
o, più da vicino, il villaggio di Oedringen ricavato da
mitici antenati nell'oscura terra di un tempo e di uno
spazio remoti in cui "orso e lupo erano signori della
terra e regnavano su ogni altro animale". I contadini
di Oedringen, che né a Varo né a Carlo Magno consegnarono
la propria libertà, conoscono all'inizio del secolo XVII
(Guerra dei Trent'anni) la minaccia delle soldatesche
mercenarie; Svedesi, Croati, Danesi, Italiani saccheggiano
i villaggi, danno fuoco alle fattorie, la morte cavalca
di contrada in contrada, strani segni appaiono nel cielo.
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Ancora una volta bisogna
sapere tragicamente mettere in salvo ciò che si ha, il
proprio luogo nel mondo, la propria identità, senza perdere
- per usare le parole del poeta tedesco Andreas Gryphius
contemporaneo ai fatti narrati - "il tesoro dell'anima",
e proprio in questo momento i pacifici contadini di Oedringen
decidono di diventare Wehrwölfe, i "lupi da difesa", i
maschi che difendono la comunità dall'annientamento. Nel
1942 Ernst Jünger rileggendo sul fronte russo Il Wehrwolf
osservava che "malgrado quella maniera xilografica, la
descrizione risente dell'antico nomos". Forse proprio
questa implicita constatazione della antichità assoluta
della guerra rende attuale il libro di Löns nel mondo
postmoderno, in cui scenari di primitiva violenza sono
costante presenza sui telegiornali.
Andrea Sandri

I selvatici contadini della Landa di
Luneburg, durante la Guerra dei trent'anni, furono costretti, come
racconta
il romanzo IL WEHRWOLF diHermann Löns a difendersi coi metodi più
feroci,
a cominciare dall'impiccagione di chi infestava i loro boschi
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I
nuovi libri di Robert Bly, il fondatore del movimento degli
uomini USA, e di Germaine Greer (la teorizzatrice de "Il potere
della figa")
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I fondatori
sono stufi. Coloro che hanno messo in piedi, nel corso
degli ultimi 40 anni, prima il femminismo, e poi il movimento
degli uomini (i due grandi fenomeni "di genere", che hanno
contrassegnato la fine del secolo scorso), danno segni
di profonda delusione. A farli arrabbiare non sono tanto
gli antichi nemici, e cioè gli uomini, tradizionale avversario
del movimento femminista, e le donne, con le quali si
confrontarono i movimenti degli uomini. No. I fondatori
sono arrabbiati, delusi, dai loro stessi proseliti. Sono
le donne a irritare, trent'anni dopo, le maggiori protagoniste
del movimento femminista. Così come sono gli uomini a
infastidire il loro guru e mentore Robert Bly. 
Robert Bly
http://www.phc.mpr.org/performances/19990424/
images/bly_lrg.jpg
Che li
richiamò 10 anni fa alla riscoperta del padre e dei suoi
valori, e si ritrova di fronte a eterni, vanesi, adolescenti.Germaine
Greer, australiana, 60 anni, leader storica del movimento
femminista, racconta la sua delusione in: La donna intera
(Mondadori "Il "potere della figa", come lo avevo definito,
deve ancora manifestarsi. Ciò che abbiamo avuto è stato
invece il suo opposto, la mania della penetrazione, i
peni artificiali formato gigante, e il pugno" ficcato
ben dentro, nelle foto su Internet. La donna divaricata
della liberazione sessuale femminile, glorificata e rifornita
tra media e sex shop, ha fatto propria la parte più scadente
dell'immaginario maschile sulla donna. "Nel mio primo
libro L'Eunuco femmina, racconta la Greer, avevo cercato
di proporre una diversa concezione della ricettività femminile
parlando della vagina come di un organo attivo... Questa
affermazione è stata maliziosamente interpretata dagli
scribacchini a caccia di scandali, e poi pedissequamente
ripetuta dalle scribacchine del costume, come un'esortazione
a farsi scopare più spesso, da più uomini". Da lì, avanti
coi deliri sul"sex power" femminile, sposato con entusiasmo
e non disinteressatamente da media, industria del consumo
sessuale, e tardo femminismo allo sbando . La Greer, che
è tutto fuor che una stupida, sa benissimo che perché
la situazione di un individuo, o di un gruppo sociale,
possa cambiare, deve cambiare il suo modo di percepire
simbolicamente le proprie particolarità. Che nel caso
del "genere", corrispondono, naturalmente, alle particolarità
del corpo. Ecco perché nel suo discorso ha dato tanta
importanza al simbolo dell'utero, come poi il movimento
degli uomini l'ha dato a quello del fallo. Non serve granché
che ci sia un ministero per i neri, se poi il colore nero
continua ad essere percepito come sporco, rispetto al
bianco. Non è poi così importante ottenere un ministero
per le donne, se l'utero è percepito da tutti, a cominciare
dalla donne come un sacco vuoto. "C'è stato un tempo -racconta
Germaine Greer, in cui gli esseri umani hanno immaginato
l'utero come un'entità potente e positiva anziché come
una nullità. Ippocrate considerava la fisiologia riproduttiva
femminile come qualcosa di energetico e attivo, e l'utero
come una creatura vorace, curiosa, capace di invadere
altre parti del corpo. L'idea di Ippocrate, di un utero
aggressivo, si è perpetuata fino a tempi relativamente
recenti." Ed è alla base di molte delle tendenze misogine
della medicina, e della psichiatria classica. Oggi non
ci si crede più. Ma cosa ci hanno guadagnato le donne?
" La vagina - igienizzata, deodorata, sterilizzata, sempre
accessibile - e l'utero sono oggi più passivi di quanto
lo siano mai stati" osserva la Greer. Dunque meno "potenti",
così come é depotenziato l'individuo di cui essi sono
simbolo, cioè la donna. E nota una tendenza: " Molte persone,
e in numero sempre crescente, pensano che il retto abbia
più carattere, e che un rapporto anale sia più intimo
di un coito." Oggi: " È il retto, non la vagina, a condurre
al cuore di una persona, sia maschio o femmina." Insomma
la sessualità femminile e i suoi simboli, anche corporei,
non solo non hanno ritrovato i riconoscimenti di valore
e potenza che li avevano contrassegnati nella storia dell'umanità.
La vagina, ridotta ad immagine patinata, destinataria
soprattutto di prodotti di consumo, è scavalcata nel suo
prestigio sessuale dall' "altra porta", di cui la donna
non è l'unica detentrice. Se Germaine Greer non è contenta,
il guru degli uomini, il poeta e psicologo Robert Bly,
lo è ancora meno. E ne racconta le ragioni in: La società
degli eterni adolescenti (red edizioni). Dieci anni fa
scrisse Iron John, e fu subito best seller: due anni in
testa alle classifiche dei libri più venduti. Nel libro,
Bly spiegava come in occidente l'uomo non venga più iniziato
al mondo dal padre, ma dalla madre, e come debba recuperare
dunque da solo il sapere istintuale maschile , che nessuno
gli ha più trasmesso. Spiegò anche come utilizzare, in
questo difficile lavoro, l'immagine e la forza interiore
dell'uomo "Selvatico", che il libro descrive e commenta
servendosi di una bella fiaba dei fratelli Grimm: l'Hans
(o Giovanni) di ferro, appunto Iron John. Subito molti
di quei "figli senza padre", figli di dirigenti di megacorporation
( o semplicemente di padri che se l'erano data a gambe),
di cui Bly parlava corsero da lui , per avere, all'americana,
insegnamenti, seminari workshop, affetto, consolazione.
E nacque un movimento: quello degli uomini. Che diventò
subito di massa nelle sue due versioni religiose. Quella
cristiana del Promise keeepers, i mantenitori della promessa,
che riempivano gli stadi con migliaia di uomini, che,
leggendo il Vangelo, rinnovavano la Promessa di essere
buoni mariti e padri. E quella islamica dei Musulmani
neri, guidati dal Reverendo Farrakhan, che portò un milione
di uomini nella "marcia su Chicago", per riconquistare
la città, e l'America a un principio di maschilità virtuosa,
e responsabile. Ma oggi? "Vediamo quello che ci presenta
lo specchietto retrovisore" esorta Bly. "Sembra intimità.
Forse non tanto intimità, quanto prossimità. Forse non
tanto prossimità, quanto uniformità, somiglianza, anziché
distinzione e differenze." Sta forse nascendo il "cittadino
del mondo" che avevano sognato gli utopisti dell'800,
oltre che il vecchio Freud? Purtroppo no. Bly conosce
bene, e ricorda, lo psichiatra e antropologo Alexander
Mitscherlich: "La società di massa, crea un gigantesco
esercito di fratelli e sorelle rivali." In questa "società
di fratelli (è questo il titolo del libro negli Usa: The
sibling society): " Gli adulti regrediscono all'adolescenza;
e gli adolescenti, vedendo ciò, perdono il desiderio di
diventare adulti." Nel frattempo, naturalmente, di padre
non se ne parla proprio più. I padri non ci sono, se ne
sono andati di casa, o quando ci rimangono, non fanno
più i padri, e a volta neppure i mariti . Come mai? "I mezzi di informazione continuano
a parlare di padri fannulloni" osserva Bly. Ma ricorda
che, negli Stati Uniti, nel 1935 il lavoratore medio aveva
40 ore di tempo libero la settimana. Nel 1990 questa cifra
era scesa a 17 ore. "Le 23 ore settimanali libere perse
dal 35 -dice Robert Bly - sono precisamente quelle in
cui il lavoratore potrebbe essere un padre per i suoi
figli e trovare un centro in se stesso; e sono le ore
in cui la madre potrebbe sentire di avere davvero un marito."
Inoltre, molti padri sono rimasti senza lavoro, e gli
altri hanno comunque meno mezzi par fare i padri.
Nel frattempo
però il denaro è divenuto l'unico punto di riferimento
per giudicare il valore di una persona. "Dal 1980 al 1993
le 500 maggiori società americane hanno liquidato oltre
un quarto (4,4 milioni) dei loro posti di lavoro. Dal
1973 al 1991 la paga oraria media per il lavoro di produzione,
supervisori finanziari esclusi, è costantemente diminuita.
Nello stesso periodo il compenso annuo dei manager di
più alto livello è aumentato di 6,11 volte. Sono cifre
devastanti, per i padri e per le madri." Sono gli uomini
dunque, col sistema economico che hanno scelto per far
soldi e lustrare la propria immagine di "vincenti", che
hanno fatto fuori i padri. Solo che, senza padri, i figli
non crescono, e i grandi non diventano adulti. Impossibile,
sembrano dire i protagonisti storici delle grandi "battaglie
di genere", dare agli uomini, e alle donne, una dignità,
finché essi preferiscono il denaro, o la vanità. Finora
però, questa é la loro scelta.
Claudio Risé
(da Il Giornale)
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