|
Mito e verità nella rinascita maschile I nuovi, straordinari eventi cui stiamo
assistendo/partecipando e dei quali cerchiamo di capire le dinamiche,
pongono e ripropongono a tutti noi, direttamente o indirettamente, un
antico dilemma, un irrisolto ed apparentemente insolubile problema, quello
del rapporto tra la verità ed il Senso, tra l’inconfutabile ed il
possibile. Se vogliamo, tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo
della volontà, come si sarebbe detto in altre epoche e sotto altri
orizzonti. Tra il gelo dell’innegabile ed il calore della speranza, tra la
verità ed il Mito.
Il conflitto tra verità e Senso
La verità è stata fatta a pezzi molte volte dalle più diverse prospettive
e sotto i più vari riguardi. I suoi molteplici cadaveri giacciono negletti
in tutti i settori e le dimensioni della conoscenza e dentro la stessa
scienza. Eppure ve n’è una che sembra immortale e questa è la verità della
nostra esperienza. Se sento freddo lo sento, se sono affamato, innamorato,
depresso o esaltato lo sono in senso assoluto perché della mia esperienza
sono titolare io stesso e non vi è altro esperire al di fuori della nostra
individuale esperienza. Perché io sono ciò che esperimento e quando ho
finito di sperimentare ho finito di essere. Spiace per i demolitori della
verità, ma qui sono impotenti ermeneutiche ed interpretazioni, filosofie
della conoscenza e sociologie della cultura.
Sulla base di questo riconoscimento abbiamo cacciato fuori dal nostro
orizzonte la bugia sulla quale siamo stati costruiti: che la Sua verità
sia vera e la nostra falsa. Abbiamo scoperto che la nostra verità è vera.
E questo è già un passo importante.
Questa prima verità ne racchiude e nasconde però un’altra, quella che ci
mostra “l’atra face del vero” di Giacomo Leopardi, la sinistra luce della
disillusione.
Essa nasce dal divario tra l’innegabile esperienza e l’immagine che di
essa ci costruimmo, tra lo scenario figurato e la realtà del nostro
esperire. E’ la verità come delusione, disinganno, come uscita dal sogno.
E siamo davvero usciti da un sogno.
E' accaduto e sta accadendo qualcosa che non possiamo negare. Non è il
caso di ripercorrere l’elenco degli avvenimenti e delle condizioni che ci
hanno condotti all’attuale stato di cose né a descrivere i caratteri
generali della condizione maschile attuale perché ci sono sin troppo noti.
Non solo nei loro dettagli – la somma delle esperienze e delle percezioni
individuali – ma finalmente anche su un piano più vasto, generale, quello
che solo può sottrarre il nostro particolare (i nostri mali individuali)
al buio del caso, senza spiegazione e senza senso, per essere ricondotti
alla luminosità di un’esperienza condivisa e collettiva colta nei suoi
caratteri universali. Ora capiamo di non essere soli e di non essere
vittime casuali di un male senza origine e senza storia.
Una grande potenza è in espansione in Occidente. Si discute sulla sua
origine, la sua natura e i suoi scopi, ma la sua esistenza è certa.
Finalmente non ce la prendiamo più con la mamma, la maestra, la
direttrice, l’assistente sociale, la moglie, il giudice, il giornalista,
l’uomo politico. Adesso capiamo che una grande malapianta sta producendo i
suoi frutti. Abbiamo risanato, sul piano della conoscenza la frantumazione
e ricondotto ad unità gli eventi riferibili alla questione maschile.
In quanto maschi, di fronte all’avanzata di quella forza abbiamo
registrato una lunga, stupefacente serie di sconfitte che nel loro insieme
formano un’altra verità. E’ la verità come smacco, contrasto, negazione
delle nostre pulsioni, frustrazione dei nostri desideri. Come
disorientamento, incredulità, stupore.
I dettagli di questa nuova scoperta, i detriti minuti di quest’ultimo Muro
crollato, costituiscono ormai gran parte dei nostri dialoghi, della nostra
conversazione. Sono le prime pagine della storia segreta degli uomini.
La verità che respinge è precisamente quella che ci porta alla coscienza,
essa è anzi la fonte originaria della coscienza che è, in primis,
allontanamento, disconoscimento, distanza. Maggiore verità comporta
maggiore coscienza. Piaccia o dispiaccia. Abbiamo iniziato a "renderci
conto" di ciò che succede e di ciò che ci succede.
In relazione alle nostre personali convinzioni e sensibilità, quello
snebbiamento ha prodotto gradi diversi di amarezza ed un disorientamento
che pesa sulla nostra azione perché rende incerto il nostro presente e il
nostro futuro e più ancora quello delle giovani generazioni maschili le
quali, con comprensibile difficoltà e tra molte spontanee resistenze,
scoprono con stupore che la loro posizione nel mondo è stata intaccata e
che è oggi posto in discussione non solo il carattere ma il senso stesso
che la loro presenza e la loro esperienza dovrebbero avere.
E' vero che i Credenti mantengono il privilegio di un riferimento
metastorico, una bussola che indica loro i destini dell'avventura umana
all'interno della quale tracciare quello della propria vita, ma se resta
individuato il porto non perciò è definita la rotta. Si deve riconoscere
che, se non bruciate, le mappe sono state stracciate ed è necessario
ricomporle. Quanto agli altri, se è dura per chi crede, figuriamoci per
chi non crede.
In misura e con profondità diverse ci troviamo tutti di fronte ad
avvenimenti di tale portata da rendere necessaria la ricomposizione di un
quadro che dia senso pieno al nostro esperire. Siamo qui, atei, credenti e
dubitanti, perché tutti siamo coinvolti. Quale che sia la nostra
posizione, nessuno di noi può dire se vedrà con i suoi occhi il giorno in
cui la grande lacerazione che attraversa l'Occidente sarà stata risanata.
Tale è la nostra condizione comune. Innegabile.
Ma innegabile è anche un'esiziale conseguenza di questa presa di
coscienza. Sotto i colpi dell'incontrovertibile la speranza incomincia a
vacillare. La disillusione contamina l'anima e lo scenario di un
risanamento lontanissimo rimpicciolisce il cuore. E' così che la verità
diviene tossica ed anziché guarire ammala.
Che ce ne facciamo di una verità che ci corrode, ci intossica e ci uccide?
Di una verità che dissapora la vita e ne cancella i colori? Che ce ne
facciamo di verità non solo infeconde ma velenose? Metamorfosi della verità Ora, questa nostra avventura è stata intrapresa per la vita, non per la
morte, per agire, non per soccombere di fronte alle disillusioni o per
smarrirci nel deserto del Senso. E' stata avviata affinché la nostra anima
non finisse tra le fauci del Niente. Se vogliamo giocare le carte che
possediamo - e lo vogliamo perché siamo vivi - dobbiamo strappare a quelle
verità il potere di disgregarci e distruggerci. Non è solamente
necessario: è possibile.
Certo, non accadrà negandole ma trasformandole. La metamorfosi delle
recenti verità è la loro inclusione in un nuovo sistema di Senso, in un
nuovo ordine simbolico capace di fornirci la certezza, incrinata, di aver
titolo di stare al mondo secondo le nostre determinazioni. Uomini,
portatori di insostituibili valori, depositari di qualità, potenzialità e
poteri che ci appartengono originariamente ed esclusivamente, legatari sul
piano naturale e metafisico di qualificazioni senza le quali il mondo non
può esistere. Queste, davvero, verità immortali.
Verità antiche che la deriva odierna ha tentato di cancellare sin quasi a
riuscirci. Il nuovo ordine simbolico non potrà che radicarsi su quei
fondamenti ed infatti la rinascita degli uomini già si fonda su di essi.
In quel nuovo orizzonte anche gli avvenimenti di questa stagione
troveranno una collocazione e ci appariranno forse come un passaggio
tragico ma inevitabile nel percorso storico della nostra civiltà.
Il Mito: metafora viva Bisogna riconoscere che per vasta parte del sentire occidentale tutto ciò
che non è scienza è leggenda. Tutto ciò che non cade sotto la
giurisdizione del paradigma scientifico è favola e superstizione ed è in
questa prospettiva che il Mito è stato liquidato come racconto privo di
fondamenti, invenzione insensata e sterile. Condizionati da questa
prospettiva può essere che ci si avvicini ad esso con timore e tremore,
con imbarazzo.
Ma nulla è più sterile di un mondo senza senso, di una vita senza
riferimenti di valore. Non sarà mai la scienza a dirci in quale direzione
spendere le nostre energie, quali priorità assegnare alle cose e alle
persone, quali desideri coltivare, quali programmi seguire. La scienza non
ci dirà mai quanto valgano i nostri dolori e le nostre gioie e prima
ancora quali debbano essere.
Ma dove la scienza (nella sua versione prometeica: lo scientismo)
fallisce, là, da sempre, vive e dà vita quella grande metafora che è il
Mito. Già la sua universalità dovrebbe farci sospettare che esso
appartenga agli esseri umani originariamente e infatti esso è coevo
all'umanità per la quale ha foggiato le forme dell'esperienza sotto ogni
latitudine.
Una metafora, si sa, consiste nel trasferimento di significato da un
termine proprio verso uno figurato, da un concetto a un'immagine e così
via. Ma mentre trasferisce significati trasferisce noi stessi
trasportandoci in un altro ambiente, in una diversa regione del senso.
Siamo noi i trasferiti. E noi infatti abbiamo bisogno di trasferirci dalle
secche della disillusione vero il territorio della speranza, dal presente
verso il futuro. Abbiamo bisogno di un ponte che ci porti verso il domani.
Ora, se l'Insenso corrisponde alla scomparsa del futuro il Senso ne
rappresenta invece la conquista, la presentificazione. Ecco dunque cosa
rappresenta il Mito per noi: quella grande metafora che ci trasporta verso
il domani.
Due sono i caratteri del Mito che mi pare di dover richiamare. Il primo è
il suo riferimento al vivente, all'insieme dei viventi e quindi alla vita.
Esso rende intelligibile l'esperienza umana attraverso il riferimento a
ciò che vive e lo fa esprimendone la fonte nella sua concretezza, lontano
dalle concettualizzazioni e dalle generalizzazioni teoriche. In esso tutto
vive e si rigenera, si trasforma e rinasce e la sua universalità parla
comunque al singolare, parla di ciascuno a ciascuno.
Il secondo è la sua attitudine semantica. Esso accoglie tutti gli eventi
vitali e li integra in un ordine simbolico assegnando ad ognuno di essi un
ruolo nell'universo del senso. Non vi sono più accadimenti insensati,
esperienze senza valore perché esso lega e connette il mondo intero. Esso
unifica e con ciò fornisce significati.
Se le recenti verità sembrano toglierci il futuro, il Mito ce lo
restituisce connettendo in un racconto significativo tutto ciò con cui
entriamo in relazione, la natura e la storia, le conoscenze e i valori.
Di cosa abbiamo bisogno Ecco allora le conclusioni di queste mie considerazioni.
Quel Racconto di Salvezza (perché è questa la vera qualificazione del
Mito) ha già le sue prime immagini delineate in Italia da Risé che ci ha
mostrato la via della Selva - della quale ignoravamo l'esistenza. Quella
evocazione non ha ancora manifestato la sua vera potenza ma la sua forza
ci ha già beneficiato. Essa legittima di fronte a noi stessi il rapporto
con le fibre del nostro essere, ci riconcilia con le nostre pulsioni e
chiama alla rinascita gli istinti negati e repressi. Gli istinti, quel che
ci unisce alla vita, ci rende vivi e ci può rendere felici.
Ma un Racconto di Salvezza non si costruisce a tavolino. Esso nasce
progressivamente nella collettività, o meglio in quelle comunità di uomini
che sentono di condividere un destino - questo è il suo humus - e da
quelle si espande poi nella società intera.
Quel che possiamo fare lucidamente è rimuovere gli ostacoli al suo
sviluppo, liberandoci delle presunzione di non aver più bisogno di Senso,
di essere diventati superuomini per il solo fatto di aver retto l'urto
dell'ultimo disincanto. Non siamo superuomini, abbiamo bisogno di riempire
il mondo di significati al pari dei nostri ascendenti, al pari di tutti
gli uomini vissuti sulla Terra. Abbiamo bisogno di Senso, di rigenerare il
nostro valore ai nostri occhi ed a quelli del mondo, di aprirci la strada
verso il futuro.
Vi è poi un altro ostacolo da scavalcare, la tentazione di inglobare sin
dall'origine il racconto femminile (quello femminista è fuori discussione)
nel nostro, cedendo al timore che la separazione rappresenti esclusione,
svalutazione o condanna. Niente di simile. Quello con l'altra metà del
mondo deve essere un incontro tra diversi e questa diversità presuppone la
rigenerazione delle differenze non il loro annacquamento né la loro
confusione. In questa avventura l'occhio (e cioè il cuore) degli uomini
deve essere fisso sulle radici della maschilità e non importa se in questo
racconto vi saranno pagine incomprensibili o inquietanti per il sentire
femminile. Anche l'altro racconto contiene infatti capitoli oscuri per gli
uomini. Deve essere così perché la diversità tra i due parte dal
sottosuolo e sale fino al cielo. E' questo l'Autosenso.
Preso atto dell'esistenza di quei due ostacoli, riconosciamo con chiarezza
di aver bisogno di un legame con il mondo, con tutti i suoi aspetti e le
sue dimensioni. Questo è da sempre essenziale tanto per le comunità quanto
per gli individui che le compongono. Oggi, alle fratture intervenute tra
noi e la natura, tra la contingenza e le dimensioni sovrastoriche e
metafisiche, si sono aggiunte, in forme diverse, le lacerazioni con
l'altra metà del mondo, con il passato (i nostri padri) e con il futuro (
i nostri figli). E' necessario risanare queste ferite e riallacciare i
rapporti con queste sezioni dell'umanità. Non c'è futuro senza la
ricostituzione di quei legami.
In particolare è necessaria una riconnessione del filo delle generazioni.
E' necessario recuperare integralmente il valore dell'opera visibile ed
invisibile dei nostri padri, senza negarne assenze ed errori, ivi compresi
quelli che ci hanno toccato personalmente, ma reimmettendoli nella piena
titolarità della loro appartenenza al mondo. Riconoscere che non sono
scomparsi ma che vivono per sempre. La compresenza dei nostri ascendenti è
irrinunciabile. E' necessario, per così dire, salvare i nostri morti dalla
seconda morte che incombe su di loro e minaccia la nostra vita. Senza
radici non ci si innalza e la sola esistenza possibile diventa quella
insensata e sterile della pura durata biologica. Un piatto trascinarsi
verso la fine. Allontaniamo da noi questo nulla.
Il Mito è dunque quel racconto che ci salva, che ci risana perché ci dice
chi siamo e cosa dobbiamo fare, ci assegna un posto ed un valore. E' una
condizione di vita e come non ci si chiede se la vita sia vera o falsa, lo
stesso vale per il Mito. Ci si può chiedere solamente se sia vivo o morto
e cioè se sia fecondo o sterile. Se esiste opposizione tra verità e vita
il Mito si giudica su quest'ultima, sulla sua potenzialità vitale. Se ne è
ricco e sovrabbondante vuol dire che sta nascendo una metafora viva.
[09 giugno 2005] |