Rino Della Vecchia

 

Mito e verità nella rinascita maschile

I nuovi, straordinari eventi cui stiamo assistendo/partecipando e dei quali cerchiamo di capire le dinamiche, pongono e ripropongono a tutti noi, direttamente o indirettamente, un antico dilemma, un irrisolto ed apparentemente insolubile problema, quello del rapporto tra la verità ed il Senso, tra l’inconfutabile ed il possibile. Se vogliamo, tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, come si sarebbe detto in altre epoche e sotto altri orizzonti. Tra il gelo dell’innegabile ed il calore della speranza, tra la verità ed il Mito.

Il conflitto tra verità e Senso

La verità è stata fatta a pezzi molte volte dalle più diverse prospettive e sotto i più vari riguardi. I suoi molteplici cadaveri giacciono negletti in tutti i settori e le dimensioni della conoscenza e dentro la stessa scienza. Eppure ve n’è una che sembra immortale e questa è la verità della nostra esperienza. Se sento freddo lo sento, se sono affamato, innamorato, depresso o esaltato lo sono in senso assoluto perché della mia esperienza sono titolare io stesso e non vi è altro esperire al di fuori della nostra individuale esperienza. Perché io sono ciò che esperimento e quando ho finito di sperimentare ho finito di essere. Spiace per i demolitori della verità, ma qui sono impotenti ermeneutiche ed interpretazioni, filosofie della conoscenza e sociologie della cultura.
Sulla base di questo riconoscimento abbiamo cacciato fuori dal nostro orizzonte la bugia sulla quale siamo stati costruiti: che la Sua verità sia vera e la nostra falsa. Abbiamo scoperto che la nostra verità è vera. E questo è già un passo importante.
Questa prima verità ne racchiude e nasconde però un’altra, quella che ci mostra “l’atra face del vero” di Giacomo Leopardi, la sinistra luce della disillusione.
Essa nasce dal divario tra l’innegabile esperienza e l’immagine che di essa ci costruimmo, tra lo scenario figurato e la realtà del nostro esperire. E’ la verità come delusione, disinganno, come uscita dal sogno. E siamo davvero usciti da un sogno.

E' accaduto e sta accadendo qualcosa che non possiamo negare. Non è il caso di ripercorrere l’elenco degli avvenimenti e delle condizioni che ci hanno condotti all’attuale stato di cose né a descrivere i caratteri generali della condizione maschile attuale perché ci sono sin troppo noti. Non solo nei loro dettagli – la somma delle esperienze e delle percezioni individuali – ma finalmente anche su un piano più vasto, generale, quello che solo può sottrarre il nostro particolare (i nostri mali individuali) al buio del caso, senza spiegazione e senza senso, per essere ricondotti alla luminosità di un’esperienza condivisa e collettiva colta nei suoi caratteri universali. Ora capiamo di non essere soli e di non essere vittime casuali di un male senza origine e senza storia.

Una grande potenza è in espansione in Occidente. Si discute sulla sua origine, la sua natura e i suoi scopi, ma la sua esistenza è certa. Finalmente non ce la prendiamo più con la mamma, la maestra, la direttrice, l’assistente sociale, la moglie, il giudice, il giornalista, l’uomo politico. Adesso capiamo che una grande malapianta sta producendo i suoi frutti. Abbiamo risanato, sul piano della conoscenza la frantumazione e ricondotto ad unità gli eventi riferibili alla questione maschile.
In quanto maschi, di fronte all’avanzata di quella forza abbiamo registrato una lunga, stupefacente serie di sconfitte che nel loro insieme formano un’altra verità. E’ la verità come smacco, contrasto, negazione delle nostre pulsioni, frustrazione dei nostri desideri. Come disorientamento, incredulità, stupore.
I dettagli di questa nuova scoperta, i detriti minuti di quest’ultimo Muro crollato, costituiscono ormai gran parte dei nostri dialoghi, della nostra conversazione. Sono le prime pagine della storia segreta degli uomini.

La verità che respinge è precisamente quella che ci porta alla coscienza, essa è anzi la fonte originaria della coscienza che è, in primis, allontanamento, disconoscimento, distanza. Maggiore verità comporta maggiore coscienza. Piaccia o dispiaccia. Abbiamo iniziato a "renderci conto" di ciò che succede e di ciò che ci succede.

In relazione alle nostre personali convinzioni e sensibilità, quello snebbiamento ha prodotto gradi diversi di amarezza ed un disorientamento che pesa sulla nostra azione perché rende incerto il nostro presente e il nostro futuro e più ancora quello delle giovani generazioni maschili le quali, con comprensibile difficoltà e tra molte spontanee resistenze, scoprono con stupore che la loro posizione nel mondo è stata intaccata e che è oggi posto in discussione non solo il carattere ma il senso stesso che la loro presenza e la loro esperienza dovrebbero avere.

E' vero che i Credenti mantengono il privilegio di un riferimento metastorico, una bussola che indica loro i destini dell'avventura umana all'interno della quale tracciare quello della propria vita, ma se resta individuato il porto non perciò è definita la rotta. Si deve riconoscere che, se non bruciate, le mappe sono state stracciate ed è necessario ricomporle. Quanto agli altri, se è dura per chi crede, figuriamoci per chi non crede.
In misura e con profondità diverse ci troviamo tutti di fronte ad avvenimenti di tale portata da rendere necessaria la ricomposizione di un quadro che dia senso pieno al nostro esperire. Siamo qui, atei, credenti e dubitanti, perché tutti siamo coinvolti. Quale che sia la nostra posizione, nessuno di noi può dire se vedrà con i suoi occhi il giorno in cui la grande lacerazione che attraversa l'Occidente sarà stata risanata. Tale è la nostra condizione comune. Innegabile.

Ma innegabile è anche un'esiziale conseguenza di questa presa di coscienza. Sotto i colpi dell'incontrovertibile la speranza incomincia a vacillare. La disillusione contamina l'anima e lo scenario di un risanamento lontanissimo rimpicciolisce il cuore. E' così che la verità diviene tossica ed anziché guarire ammala.

Che ce ne facciamo di una verità che ci corrode, ci intossica e ci uccide? Di una verità che dissapora la vita e ne cancella i colori? Che ce ne facciamo di verità non solo infeconde ma velenose?

Metamorfosi della verità

Ora, questa nostra avventura è stata intrapresa per la vita, non per la morte, per agire, non per soccombere di fronte alle disillusioni o per smarrirci nel deserto del Senso. E' stata avviata affinché la nostra anima non finisse tra le fauci del Niente. Se vogliamo giocare le carte che possediamo - e lo vogliamo perché siamo vivi - dobbiamo strappare a quelle verità il potere di disgregarci e distruggerci. Non è solamente necessario: è possibile.

Certo, non accadrà negandole ma trasformandole. La metamorfosi delle recenti verità è la loro inclusione in un nuovo sistema di Senso, in un nuovo ordine simbolico capace di fornirci la certezza, incrinata, di aver titolo di stare al mondo secondo le nostre determinazioni. Uomini, portatori di insostituibili valori, depositari di qualità, potenzialità e poteri che ci appartengono originariamente ed esclusivamente, legatari sul piano naturale e metafisico di qualificazioni senza le quali il mondo non può esistere. Queste, davvero, verità immortali.

Verità antiche che la deriva odierna ha tentato di cancellare sin quasi a riuscirci. Il nuovo ordine simbolico non potrà che radicarsi su quei fondamenti ed infatti la rinascita degli uomini già si fonda su di essi. In quel nuovo orizzonte anche gli avvenimenti di questa stagione troveranno una collocazione e ci appariranno forse come un passaggio tragico ma inevitabile nel percorso storico della nostra civiltà.

Il Mito: metafora viva

Bisogna riconoscere che per vasta parte del sentire occidentale tutto ciò che non è scienza è leggenda. Tutto ciò che non cade sotto la giurisdizione del paradigma scientifico è favola e superstizione ed è in questa prospettiva che il Mito è stato liquidato come racconto privo di fondamenti, invenzione insensata e sterile. Condizionati da questa prospettiva può essere che ci si avvicini ad esso con timore e tremore, con imbarazzo.

Ma nulla è più sterile di un mondo senza senso, di una vita senza riferimenti di valore. Non sarà mai la scienza a dirci in quale direzione spendere le nostre energie, quali priorità assegnare alle cose e alle persone, quali desideri coltivare, quali programmi seguire. La scienza non ci dirà mai quanto valgano i nostri dolori e le nostre gioie e prima ancora quali debbano essere.

Ma dove la scienza (nella sua versione prometeica: lo scientismo) fallisce, là, da sempre, vive e dà vita quella grande metafora che è il Mito. Già la sua universalità dovrebbe farci sospettare che esso appartenga agli esseri umani originariamente e infatti esso è coevo all'umanità per la quale ha foggiato le forme dell'esperienza sotto ogni latitudine.

Una metafora, si sa, consiste nel trasferimento di significato da un termine proprio verso uno figurato, da un concetto a un'immagine e così via. Ma mentre trasferisce significati trasferisce noi stessi trasportandoci in un altro ambiente, in una diversa regione del senso. Siamo noi i trasferiti. E noi infatti abbiamo bisogno di trasferirci dalle secche della disillusione vero il territorio della speranza, dal presente verso il futuro. Abbiamo bisogno di un ponte che ci porti verso il domani.
Ora, se l'Insenso corrisponde alla scomparsa del futuro il Senso ne rappresenta invece la conquista, la presentificazione. Ecco dunque cosa rappresenta il Mito per noi: quella grande metafora che ci trasporta verso il domani.

Due sono i caratteri del Mito che mi pare di dover richiamare. Il primo è il suo riferimento al vivente, all'insieme dei viventi e quindi alla vita. Esso rende intelligibile l'esperienza umana attraverso il riferimento a ciò che vive e lo fa esprimendone la fonte nella sua concretezza, lontano dalle concettualizzazioni e dalle generalizzazioni teoriche. In esso tutto vive e si rigenera, si trasforma e rinasce e la sua universalità parla comunque al singolare, parla di ciascuno a ciascuno.

Il secondo è la sua attitudine semantica. Esso accoglie tutti gli eventi vitali e li integra in un ordine simbolico assegnando ad ognuno di essi un ruolo nell'universo del senso. Non vi sono più accadimenti insensati, esperienze senza valore perché esso lega e connette il mondo intero. Esso unifica e con ciò fornisce significati.
Se le recenti verità sembrano toglierci il futuro, il Mito ce lo restituisce connettendo in un racconto significativo tutto ciò con cui entriamo in relazione, la natura e la storia, le conoscenze e i valori.

Di cosa abbiamo bisogno

Ecco allora le conclusioni di queste mie considerazioni.

Quel Racconto di Salvezza (perché è questa la vera qualificazione del Mito) ha già le sue prime immagini delineate in Italia da Risé che ci ha mostrato la via della Selva - della quale ignoravamo l'esistenza. Quella evocazione non ha ancora manifestato la sua vera potenza ma la sua forza ci ha già beneficiato. Essa legittima di fronte a noi stessi il rapporto con le fibre del nostro essere, ci riconcilia con le nostre pulsioni e chiama alla rinascita gli istinti negati e repressi. Gli istinti, quel che ci unisce alla vita, ci rende vivi e ci può rendere felici.

Ma un Racconto di Salvezza non si costruisce a tavolino. Esso nasce progressivamente nella collettività, o meglio in quelle comunità di uomini che sentono di condividere un destino - questo è il suo humus - e da quelle si espande poi nella società intera.

Quel che possiamo fare lucidamente è rimuovere gli ostacoli al suo sviluppo, liberandoci delle presunzione di non aver più bisogno di Senso, di essere diventati superuomini per il solo fatto di aver retto l'urto dell'ultimo disincanto. Non siamo superuomini, abbiamo bisogno di riempire il mondo di significati al pari dei nostri ascendenti, al pari di tutti gli uomini vissuti sulla Terra. Abbiamo bisogno di Senso, di rigenerare il nostro valore ai nostri occhi ed a quelli del mondo, di aprirci la strada verso il futuro.

Vi è poi un altro ostacolo da scavalcare, la tentazione di inglobare sin dall'origine il racconto femminile (quello femminista è fuori discussione) nel nostro, cedendo al timore che la separazione rappresenti esclusione, svalutazione o condanna. Niente di simile. Quello con l'altra metà del mondo deve essere un incontro tra diversi e questa diversità presuppone la rigenerazione delle differenze non il loro annacquamento né la loro confusione. In questa avventura l'occhio (e cioè il cuore) degli uomini deve essere fisso sulle radici della maschilità e non importa se in questo racconto vi saranno pagine incomprensibili o inquietanti per il sentire femminile. Anche l'altro racconto contiene infatti capitoli oscuri per gli uomini. Deve essere così perché la diversità tra i due parte dal sottosuolo e sale fino al cielo. E' questo l'Autosenso.

Preso atto dell'esistenza di quei due ostacoli, riconosciamo con chiarezza di aver bisogno di un legame con il mondo, con tutti i suoi aspetti e le sue dimensioni. Questo è da sempre essenziale tanto per le comunità quanto per gli individui che le compongono. Oggi, alle fratture intervenute tra noi e la natura, tra la contingenza e le dimensioni sovrastoriche e metafisiche, si sono aggiunte, in forme diverse, le lacerazioni con l'altra metà del mondo, con il passato (i nostri padri) e con il futuro ( i nostri figli). E' necessario risanare queste ferite e riallacciare i rapporti con queste sezioni dell'umanità. Non c'è futuro senza la ricostituzione di quei legami.

In particolare è necessaria una riconnessione del filo delle generazioni. E' necessario recuperare integralmente il valore dell'opera visibile ed invisibile dei nostri padri, senza negarne assenze ed errori, ivi compresi quelli che ci hanno toccato personalmente, ma reimmettendoli nella piena titolarità della loro appartenenza al mondo. Riconoscere che non sono scomparsi ma che vivono per sempre. La compresenza dei nostri ascendenti è irrinunciabile. E' necessario, per così dire, salvare i nostri morti dalla seconda morte che incombe su di loro e minaccia la nostra vita. Senza radici non ci si innalza e la sola esistenza possibile diventa quella insensata e sterile della pura durata biologica. Un piatto trascinarsi verso la fine. Allontaniamo da noi questo nulla.

Il Mito è dunque quel racconto che ci salva, che ci risana perché ci dice chi siamo e cosa dobbiamo fare, ci assegna un posto ed un valore. E' una condizione di vita e come non ci si chiede se la vita sia vera o falsa, lo stesso vale per il Mito. Ci si può chiedere solamente se sia vivo o morto e cioè se sia fecondo o sterile. Se esiste opposizione tra verità e vita il Mito si giudica su quest'ultima, sulla sua potenzialità vitale. Se ne è ricco e sovrabbondante vuol dire che sta nascendo una metafora viva.

[09 giugno 2005]