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Cari amici,
grazie per aver risposto, ognuno a suo modo, ma con il cuore a questa
mia mail, che in effetti sperava appunto di ricevere risposte così
intense. Il mio desiderio era non tanto di prendere posizione per una
parte o per l'altra, non penso sia questo il nostro scopo e
l'obiettivo comune, ma di capire, di verificare se esistesse una
posizione del "selvatico" oltre agli schieramenti
tradizionali. Personalmente preferirei che ognuno si tenesse la sua idea
sui vari Don Gallo o Agnoletto o Berlusconi o altri e che non fossero
neanche menzionati nei nostri discorsi, perché altrimenti le
argomentazioni diventano sterili e portano zizzania. A meno che questo
si voglia.
Ho apprezzato la mail di Paolo Ferliga, mi è sembrata
aperta, anche alla speranza di trovare una via di uscita, almeno
di ricercarla. Il cammino individuale, l'impegno individuale o di
piccoli gruppi. Io non ho mai inteso di buttarci nella
bagarre di Genova come gruppo dei Selvatici, anche perché tra noi
non esisteva, come non esiste, un'ideologia comune da abbracciare e
rivendicare al mondo. Intendo e mi piacerebbe portare avanti
invece il confronto che si sta sviluppando. Intendo capire questo
malessere che comunque ha coinvolto, ridendo e scherzando, direttamente
almeno un milione di persone su Genova e Liguria e molte di
più indirettamente.
Intendo dire che anch'io provo pena per il punkabbestia ammazzato e per
il povero disgraziato militare di leva ventenne, sottoposto ad un
cimento troppo enormemente gravoso per lui. E capisco il suo
terrore e l'ingenuità di non sparare in aria o alle gambe.
Mandato al macello.
Ma non voglio pensare solo, come dice Guido V., meglio non
parlarne, era uno “già morto”, mi piacerebbe che il giovane Paolo
M. fosse meno sicuro dei suoi giudizi su i Don Gallo e C. e che sia lui
che noi, potessimo sentirci "orgogliosi" per qualcosa che
abbiamo fatto, piuttosto che per qualcosa che abbiamo scelto di
non fare. L'orgoglio, per me, è nella “creazione”.
Le domande di Eugenio sono profonde e anch'io non ho risposte. Non
penso neanch'io ad azioni, perché comunque azioni comuni non
possono essere fatte, quando il discorso diventa
"politico". Allora la domanda potrebbe diventare
questa: esiste un terreno comune del Selvatico apartitico e non
schierato o no? Questo è stato forse il primo cimento vero
e ha comportato anche tra di noi grosse lacerazioni, anche di unità e
di forza. Se a questa domanda rispondiamo negativamente (come
sembrerebbe), se asserviamo e pieghiamo il "Sacro"
gli "archetipi" e i "miti" a
convenienze partitiche o politiche (nel senso deteriore), siamo persi,
inutili, sfibrati.
Diventiamo sterili come i giornali, che titolano in prima pagina o
ASSASSINIO DI UN GIOVANE, o E' STATA LEGITTIMA DIFESA, ognuno portatore
di un messaggio di odio e sterilità. Ho apprezzato l' analisi di M.
Tarchi, Globalizzazioni
e ipocrisie, girataci da Claudio: contiene molte verità. Laddove Tarchi rileva che gli
antiglobalizzatori "non capiscono che la pretesa eguaglianza è
incompatibile con la difesa delle specificità dei popoli e delle loro
culture, né che il "mondo senza frontiere" che reclamano è
proprio quello che serve alle multinazionali per spadroneggiare ad
ogni latitudine", io mi chiedo se non esiste un modo nuovo e
diverso per difendere la propria identità, senza chiudersi in una
difesa del proprio territorio a mio avviso perdente.
*L'identità. Anche questo concetto è oggigiorno ambiguo. Nel
prossimo futuro, i flussi migratori saranno inarrestabili, come
sono stati dacché l'uomo esiste. Quante identità umane sono
cambiate nel frattempo e quante né cambieranno? Non intendo dire
con questo che il radicamento al territorio o alle proprie tradizioni,
non sia importantissimo, solo che, se tanto mi dà tanto, sarà una
difesa perdente (non per pessimismo, ma se potessimo rappresentare su
piano ortografico la velocità dell'abbandono delle vecchie tradizioni,
ne risulterebbe probabilmente una curva in impennata). Dovremo
probabilmente rivedere i parametri del concetto di "identità".
Interessante anche dove Tarchi sottolinea "la necessità
dei colossi economici di garantirsi pace sociale,...mantenendo invariato
il divario di ricchezza e consumi nei Paesi del terzo mondo, la cui
povertà è condizione necessaria per garantirsi mano d'opera a
basso costo”. Drammaticamente vero.
Allora Genova, il morto, i 200 feriti, lo show di otto arroganti,
l'angoscia di essere prede di avvoltoi economici e la domanda, per me
finale: ma i giovani, come cazzo fanno a credere in un futuro migliore,
come cazzo si possono muovere per tentare, dico tentare, di fare
qualcosa, come fanno ad avere una speranza di un futuro di
partecipazione? E noi, anche come MS, possiamo fare qualcosa in
questo senso? Se diciamo che le manifestazioni, no, perché vengono
strumentalizzate, dai vari Agnoletto and Company, come diavolo potranno
dire di esistere? Me lo spieghi caro Paolo M.? Vogliamo inventare
rivoluzioni incruente? In nome di che? Del bon ton?
La forza dei giovani è sempre stata un'ingenua ma genuina voglia di
esserci, di combattere, di credere utopisticamente in qualcosa, anche
di cadere e perdersi come è stato per tanti 68ini. Ma che gli diciamo:
ascoltate noi, abbiamo 40, 50, 60 anni e conosciamo le vicende. Potremo
intervenire, consigliare, ma se ci ascoltassero troppo, sarebbero già
tristemente invecchiati.
Giancarlo Viganò
Anche gli antiglobal globalizzano:
intendono globalizzare costumi e idee occidentali
"progressisti". E' nei fatti il progetto dei radicalscic con
buona pace dei proletari delle nike e dei cristiani alla "prima il
pane e la salute e semmai dopo le sciocchezze della Fede".
Scusatemi ma ve la sentireste di globalizzare il modello maschile o
femminile di un nostro/a sindacalista? O di una nostra insegnante di
religione? o di uno psicologo/a progressista da USL? O di un
"rivoluzionario" dei centri sociali? O di una donna
moderna che monetizza tutto figa-oppressa compresa? O di un prete
vergognoso del Padre perché “Dio non ha sesso”? Fareste il regalo
delle nostre sentenze di cass(tr)azione in merito al diritto di
famiglia o delle prossime leggi europee sulla vostra "innocenza da
dimostrare" a seimiliardi di persone? Non siamo forse tutti
globalizzati e rappresentati da questi modelli occidentali di
"umanità liberata"? Non siamo tutti in attesa di questo
felice futuro alla 1984? E dovremmo anche farne una massiccia
esportazione al seguito dei nostri aiuti, secondo la formula
sperimentata del ricatto già messa in atto sul sangue altrui dal
medico di emergency che ha ritirato (con buona pace di Ippocrate e del
suo giuramento) il suo ospedale lasciando feriti e moribondi sulla
strada perché i mujaiddin non la pensavano come lui in merito alle loro
donne? Se fossi mussulmano mi terrei la fame se per
liberarmene dovessi perdere la mia anima e sostituirla con le anime di
costoro. E per fortuna che in numero sempre maggiore lo fanno mandandoci
affanculo!
Siamo
sicuri che qualcuno di questi terzomondiali desidererebbe davvero
mettersi nella nostra anima? Ma se noi stessi non sappiamo più che
cazzo farcene e come liberarcene? Siamo sicuri che questi
"santissimi buonissimi" che si interessano del terzo modo
abbiano perso il vizio di "rieducare il prossimo" in cambio di
qualche pagnotta rancida, numerosi calci in culo, qualche
soggiorno in campetti fuori mano e ben recintati e la certa rovina?
"Che ve ne fate del mondo se avete perso l'anima?". Come
possiamo aiutare il mondo noi che l'abbiamo persa? Noi con le
nostre aziende farmaceutiche che fatturano decine di migliaia
di miliardi in psicofarmaci, ormai il vero pane della nostra tavola. E
siamo sicuri che come già fu per il ‘68, levatrice della Italia
industriale avanzata e senza più anima, i "santi straccioni"
anti-G8 non facciano lo stesso su scala globale?
E io che volevo organizzare un incontro con la comunità mussulmana di
Brescia per mettermi in ascolto della loro anima che non ha ancora perso
una concezione vivibile e dignitosa del femminile e del maschile nonché
dell'umano! Come Maschioselvatico devo invece spedirli a lezione di
civiltà da Franca Rame? O da Don Gallo? O da Bertinotti? Con una
bella pasticca di Prozac offerta come gran finale (e sicuro inizio)?
Un abbraccio,
Cesare
Vi dico come, secondo me, andrà a
finire: La società Grande Madre riuscirà ad emarginare le frange più
estreme e nichiliste del movimento (o comunque le lascerà sopravvivere
come fenomeno endemico) ed ingurgiterà nel suo grande ventre tutto il
resto. Non c'è molto di nuovo in questo. La differenza rispetto
ad anni addietro è che anche il movimento si è globalizzato e si è
data una struttura atta ad essere messa in risalto dai media. In questo
è molto moderno. L'altra differenza, come ricorda Paolo F. è che non
c'è un'ideologia unificante. Ma questo è un'aggravante, perché
aggrava equivoci e confusioni.
Il
‘68 sembrò scuotere alle fondamenta l'occidente ed i suoi assetti di
potere, ma il risultato è stata una nuova spinta di ammodernamento ed
aggiornamento del capitalismo finanziario, e nei sistemi di produzione,
e negli usi e costumi, per adeguarli ai tempi e sfruttarli come nuova
occasione di consumo. Oggi si vendono nei grandi magazzini le magliette
con l'effige di Che Guevara, sulla minigonna si sono costruiti imperi
economici, le multinazionali del suono hanno fatto miliardi coi dischi
dei cantori della rivoluzione (ed anche i cantori stessi), e questi sono
solo gli aspetti più superficiali della capacità del capitale di
"ingurgitare", digerire e trasformare tutto ciò che
apparentemente gli si rivolta contro. Le istanze di
"libertà", per i diritti civili, etc. etc. hanno trasformato
il costume, ma soprattutto allargato il mercato senza cambiare in niente
la struttura fondamentale di questa società. Anche l'attuale mi
sembra in realtà una lotta che vede come comparse e manovalanza i
giovani che scendono in piazza, ma dove il vero scontro è fra il
capitale "moderno" e lungimirante, e quello un po' vecchio e
ammuffito. Durante l'autunno caldo del ‘68 l'allora ministro del
lavoro Carlo Donat Cattin (sinistra DC) vedeva con chiarezza quale fosse
la vera partita, e si schierava apertamente dalla parte dei sindacati
contro i vecchi "padroni delle ferriere".
E dunque 1) Il reddito verrà in qualche modo redistribuito, quando
i padroni del mondo si renderanno conto (ma già lo stanno
facendo) che così rischiano un po' troppo. 2) Un sempre
maggior numero di paesi sarà incluso nel processo di globalizzazione 3)
La "democrazia" occidentale si estenderà a tutto il
mondo, insieme coi diritti umani etc etc e finalmente il
mondo sarà universalizzato. 4) Si farà alla fine anche il governo
mondiale, prima dell'economia, naturalmente, poi anche della politica.
Basta attendere. Quanto? Quanto basta perché sia chiaro che tutto
questo è funzionale ai supremi interessi del capitale
finanziario. I morti ammazzati e le rivolte nichiliste servono a
dare una spinta a questa consapevolezza. Allora, finalmente, avremo un
mondo tutto occidentalizzato al modo moderno della G.M. dei bisogni e
dei consumi, ove tutto, ma proprio tutto, sarà merce, e i "diritti
umani" finalmente rispettati.
La grande contraddizione del movimento antiglobalizzazione (e non parlo
di coloro ai quali basterebbe un qualche palliativo, ma che in sostanza
la accettano coscientemente) sta proprio nel fatto che non vogliono
accettare che "democrazia", "universalizzazione dei
diritti umani", "libertà di ricerca scientifica" etc,
declinate al modo occidentale, sono un portato del
"mercato", come coerentemente sostengono i radicali. Strano
per chi, seppure ormai confusamente, si richiama a Marx che queste cose
le aveva viste con chiarezza. Ci si illude forse, con eccesso di
politicismo, di riuscire a rovesciare a proprio vantaggio il processo.
Strano anche che, dopo tanto tempo, neanche l'universalismo cattolico
abbia preso atto della realtà. Ci si illude forse che in un mondo
omologato ed uguale la dottrina cristiana possa essere diffusa più
facilmente.
E allora? Intanto è necessario sgombrare il campo da un equivoco. Io
non conosco i Black Block, ma da quello che leggo somigliano per certi
aspetti a coloro che trent'anni fa facevano gli espropri proletari ed
uscivano dai negozi saccheggiati pieni di Lacoste o bottiglie di wiskey,
in nome del rifiuto dei sacrifici e del diritto a godere tutti dei
beni che la società opulenta produceva. Costoro in realtà ponevano una
disperata richiesta di "inclusione", mascherata da parole
d'ordine apparentemente rivoluzionarie.
E dunque per queste strade non arriveremo a niente. Antiglobal è
davvero chi è intimamente, profondamente, estraneo a questa modernità.
E' la verticalità maschile, disossata rispetto al bisogno ed al consumo
che lo soddisfa, non asceticamente contraria al benessere, che sa anzi
apprezzare, ma di cui può fare a meno. La verticalità maschile che
centra se stessa sul dovere (come dice Paolo M.) prima che sul diritto,
che cerca in se stessa e non nelle merci la propria
identità. Allora l'errante sarà imprendibile dal potere. E' una
rivoluzione interiore ciò che serve per prima cosa, come sostiene
Cesare, che ha come corollario anche la ricerca di un modello
sociale adeguato. Compito difficilissimo, forse non per tutti, ma i
maschi, dice Claudio, combattono battaglie disperate.
Armando Ermini
Caro Giancarlo,
qui nessuno intende seminare
zizzania. Esprimere dei giudizi sì, però: la libertà è fatta di
scelte e abbiamo sempre detto che compito del maschile è
"separare, discriminare". Non è vero che il mondo è una
marmellata (come canta Manu Chao), che tutto è uguale a tutto. E se
devo formarmi un giudizio su un movimento che è anche un movimento
mediatico non posso prescindere dalle figure dei suoi leader televisivi.
Per quanto riguarda i don Gallo già in passato ho espresso la mia
opinione sui preti che fanno gli "assistenti sociali" anziché
i sacerdoti (coloro che danno il sacro). Su questo punto mi sento molto
vicino a quanto ha scritto Cesare nella sua ultima mail.
Giancarlo, invece, protesta: “Ma non voglio pensare solo, come
dice Guido V. "meglio non parlarne, era uno già morto", mi
piacerebbe inoltre che il giovane Paolo M. fosse meno sicuro dei suoi
giudizi su i Don Gallo e C. e che sia lui che noi, potessimo sentirci
"orgogliosi" per qualcosa che abbiamo fatto, piuttosto che per
qualcosa che abbiamo scelto di non fare. L'orgoglio, per me, è
nella "creazione".
Caro Giancarlo, "orgoglio" forse non è la parola giusta, ma
io ne ho pieni i coglioni di sentirmi dire che chi va a Genova è la
coscienza critica del nostro tempo, e gli altri sono menefreghisti! Non
è vero! Inoltre l'orgoglio deriva dal fatto che me ne sono stato a casa
proprio perché sono convinto che a Genova non si potesse
"creare" veramente nulla di nuovo.
Ancora Giancarlo: “Se diciamo che le manifestazioni, no, perché
vengono strumentalizzate, dai vari
Agnoletto and Company, come diavolo potranno dire di
esistere? Me lo spieghi caro Paolo M.?“
Caro Giancarlo, non credo che "esistere" sia infilarsi dentro
nella massa informe. Il Selvatico non ci dice questo, mi pare. Comunque
io non giudico negativamente la "partecipazione" in sé. Né
tantomeno l'idealismo o la "spinta utopistica" dei giovani.
Col cavolo! Anch'io ce le ho queste cose e non occorre essere andati a
Genova per affermarle. Anche il libro di Di Marino recensito sul sito,
racconta l'importanza dell'Utopia. Quello che non mi piace è un
movimento vecchio e stravecchio, con ideali e simboli vecchi e
stravecchi. Un movimento che mi sembra profondamente nichilistico, come
nichilista è la modernità, che questi qui vogliono accelerare ed
estendere al mondo intero.
Altro che rallentare la globalizzazione di un anno, caro Renato, questi
la accelerano.
Ciao,
Paolo Marcon
Contravvengo alla proposta di
Giancarlo di lasciar fuori i nomi e le valutazioni sulle persone, in
questo dibattito sollecitato.
I nomi e le persone sono parte integrante della questione. Se un corteo
di duecentomila persone, che si proponeva, tra l'altro (Casarini) di
"portare la guerra a Genova", non viene dotato dagli
organizzatori di un servizio d'ordine di almeno due/tremila
persone, armato di spranghe, e addestrato ad usarle contro i
"suoi", i suoi promotori sono dei poveri irresponsabili, o in
perfetta malafede, o, come in questo caso, entrambe le cose. Non é che
non si abbia esperienza di cortei, in Italia. Quando si fa politica
bisogna, innanzitutto sapere chi si mette a rischio, e fino a
quando.
Essere uomini é difficile: però é il nostro obiettivo. Per questo non
si può essere indulgenti, o complici, verso chi gioca vanitosamente,
irresponsabilmente questa identità maschile, ancora potente, di cui
siamo portatori, e manda a morire dei ragazzi, distrugge città, lavoro
duramente accumulato da altri uomini, che nessuno difende. Non
certo il potere ricattato, impegnato fin dal primo giorno a a
contrattare con i vanesi, che, come ha osservato Sergio Romano sul
Corriere della Sera, hanno di sicuro dato un potente colpo in avanti
alla globalizzazione, spingendo gli
"8 nani", come li chiama Feltri, altro nome che faccio
volentieri, a fare un altro, grosso passo verso quel "governo
mondiale", che spero Dio non voglia, e che sarebbe la fine di ogni
libertà, ed autenticità di vita.
Claudio Risé
Paolo M. ha detto cose sacrosante. Aggiungo qualche particolare, che non
ho trovato su nessun giornale. Luca Casarini, che oggi se la tira da
"paladino dei deboli e degli oppressi", era in prima fila,
durante il processo ai Serenissimi, tra coloro che "contestavano i
contestatori": egli apparteneva dunque alla schiera di quanti
auspicavano pene durissime, il massimo della pena, per gli Otto di S.
Marco. Il punto, qui, non è se questi ultimi abbiano interpretato
sentimenti buoni o cattivi: sono stati protagonisti di una guasconata, e
- ammesso e non concesso che meritassero una condanna - non dovevano
subire più che una tiratina di orecchi. Casarini chiedeva la forca.
Spesso si tende a dimenticare questi fatti, ma io credo che, al di là
di tutto, non si possa non osservare che il GSF è in mano a cinici
opportunisti, privi di riferimenti morali e molto più responsabili di
quanto si creda dei fatti di Genova.
Ciao,
Carlo Stagnaro
Il
dibattito su Genova mi sembra stia aprendo un confronto tra noi
importante. Molto bello l'intervento di Marco
Tarchi che ci costringe a misurarci con un livello di analisi
molto alto e profondo.
La mia preoccupazione più
immediata rispetto ai giovani ed al tema dell'iniziazione è individuare
all'interno di un mondo che spinge verso la globalizzazione e
l'azzeramento delle identità, degli spazi di lavoro e di speranza. Da
questo punto di vista una prospettiva che cerca di considerare la storia
umana, non più dal punto di vista del progresso (contro cui non
finiremo mai di combattere), ma dal punto di vista della natura e di un
tempo scandito in ere geologiche (Jünger) mi sembra un terreno da
battere.
Sarà
perché, per mia fortuna, tutte le mattine posso guardare il ghiacciaio
della Presanella: sento che lì c'è una forza ed un'energia stabile,
solida, ferma. Anche se il ghiacciaio si è ritirato in modo
impressionante negli ultimi anni, le montagne restano e continuano ad
emanare un'energia che per me ha un effetto magnetico.
Ciao
a tutti,
Paolo Ferliga
P. S.: Condivido l'idea che il movimento
anti G8 non ha saputo assolutamente confrontarsi col tema della
violenza. Il punto centrale è che non si può far finta che non ci sia!
A Roma tanti anni fa, in una manifestazione contro Francisco Franco, il
movimento si salvò dalle provocazioni degli autonomi che cercavamo di
attirare la polizia su tutti noi, con un servizio d'ordine che a suon di
spranghe ridusse a più miti consigli i succitati autonomi. Il tutto
dopo un accordo con la polizia.
Paolo
Ferliga
Caro
Paolo F.,
hai messo come soggetto "globalizzazione", ma non hai forse
notato che il ritiro del tuo ghiacciaio è frutto di un effetto globale,
il riscaldamento dell'atmosfera da effetto serra, certificato da
scienziati Onu, il cui rapporto è arrivato sulla scrivania di George
Bush, e nonostante il quale il governo degli Stati uniti, maggiori
emettitori di gas serra, sempre secondo gli studi di tutti gli esperti
del pianeta, non intende ridurre il proprio consumo di idrocarburi.
Questo perché, parole di Bush, il sistema di vita americano, ovvero il
modo di produzione occidentale, che richiede molta energia, è quello
che i G7 (+ 1, la Russia, che non conta ancora molto, = G8) vogliono,
appunto globalizzare, non può essere disturbato. Anche a costo di
radicalizzare lo scontro di piazza e fare i morti.
Statevi
allegri,
Paolo d.Z.
Alle domande di Giancarlo (che in parte echeggiano anche quelle di
Paolo), provo a dare
tentativi di risposte.
Chiede Giancarlo: “Allora la domanda potrebbe diventare questa :
esiste un terreno comune del Selvatico apartitico e non schierato o
no?”
*Il Selvatico, in quanto dimensione Archetipica, non ha di certo - credo
- in tasca tessere di partito. Poi ognuno, se lo desidera, prende la
sua, non in quanto selvatico, ma in quanto liberista, socialista, o
quant'altro. Alcuni Selvatici di grande spessore, Gesù per esempio,
hanno insistito tra
la separazione degli investimenti temporali e mondani (Date a
Cesare…), e il sacro, ambito in cui si gioca il suo messaggio e la
salvezza da lui proposta (date a Dio...).
Tutti i Selvatici, in genere, sembrano considerare le ricchezze e i
denari una tremenda prova e una fregatura per chi ce li ha: abbiamo
visto insieme il film della
Cavani su Francesco
dove liberarsi dai beni non é fatto per darli ai poveri, ma proprio per
disfarsene. Credo proprio che il tema della redistribuzione delle
ricchezze, istanza forse giusta, non riguardi il selvatico, se non, come
diceva Massimo, per i limiti che la povertà pone
all'esercizio delle funzioni di padre/marito. Ma lì la soluzione
sta piuttosto - come ha osservato Guido - nel dribblare l'industria e
lasciarla alla sua maledizione, piuttosto che pretendere, un po'
infantilmente, che sia altro da ciò che é.
Sempre Giancarlo osserva: “L' identità. Anche questo
concetto è oggigiorno ambiguo. Nel prossimo futuro, i flussi
migratori saranno inarrestabili, come sono stati dacché
l'uomo esiste”.
*Ma se lo sono sempre stati, allora che si migri non é una gran
novità, né una sfida nuova per l’ identità, che ha
sempre avuto a che farci.
Insiste Giancarlo: “ Quante identità umane sono cambiate nel
frattempo e quante ne cambieranno?”.
*Infinite. Ma intanto il Selvatico ti fa amare la tua, e rispettare
quella degli altri, con la sua precisa relazione col suo territorio,
senza spazzarla via, perché in realtà ti fa comodo che vengano qui a
basso prezzo.
Infine Giancarlo si chiede: “ma i
giovani, come cazzo fanno a credere in un futuro migliore, come
cazzo si possono muovere per tentare, dico tentare, di fare qualcosa,
come fanno ad avere una speranza di un futuro di partecipazione? E noi,
anche come MS, possiamo fare qualcosa in questo senso?”
*Cari amici, il futuro comincia nel presente. Ma il presente, per il
Selvatico, comincia soltanto quando la smetti di cercare di strappare il
timone del Titanic dalle mani del manovratore. Quando la smetti di voler
essere un vincitore ufficiale,
e accetti di essere, ufficialmente, un proscritto. E passi non a Genova,
ma al bosco, come il ribelle di Jünger. Questo, ai
giovani che stanno dalle parti del nostro movimento, sembra essere molto
più chiaro che ai vecchi. I quali non sempre - però - apprezzano.
Claudio Risé
Claudio ha indicato un Territorio a
noi tutti. Aver visto questo Territorio e appartenervi
contraddistingue i maschi selvatici, non le viste personali da cui si
guarda al Territorio. La politica è una di queste, ma non è il
Territorio. Il Territorio è prepolitico e prerazionale: è la passione
istintuale e vitale maschile, il Sacro, che fonda razionalità e
politica. Per questo non ha senso dividersi su questi due piani. Al
contrario si tratta di unirsi sull'unico che conta: il primo. Fatto di
emozioni, di passione, di istinto, di rispetto, di solidarietà ed
amore: la potente energia maschile che il mondo chiede per salvarsi e
che solo insieme possiamo tornare a donare. Sarebbe il colmo che per un
piatto di lenticchie (le quattro balle di una sinistra o di una destra
che non sono ancora arrivate al doveroso momento di vergognarsi di sé)
perdessimo la primogenitura di un Territorio senza confini e coincidente
con la libertà e la gioia.
Un
abbraccio,
Cesare
Tre
cose molto diverse ma con un filo rosso che le accomuna.
1) Oggi ho voluto vedere e risalire
il corteo GSF a Firenze. Mi è presa una grande tristezza. Sembrava di
essere 30 anni orsono. Stessi slogan: Assassini, assassini; pagherete
caro, pagherete tutto. Striscioni dal contenuto simile. La differenza
più grande era nel gran numero di ragazze presenti. Nessuna riflessione
sul fatto che l'assassinato poteva tranquillamente essere l'assassino e
viceversa. Il ragazzo morto non era un black eppure partecipava
all'assalto della camionetta. E se avesse sfondato il vetro? E se i
carabinieri fossero stati sprangati e linciati? Eppure gli
assassini sono sempre gli altri. Non c'entrano nulla qui le motivazioni
giuste o sbagliate dei manifestanti. C'entra il modo di
vivere la politica ed anche lo scontro fisico. Provo dolore
per la morte del giovane (come l'avrei provata se il morto fosse stato
il carabiniere coetaneo), ma quando si sceglie lo scontro fisico si deve
mettere in conto la reazione dell'avversario, ed anche il rischio di
morire o di uccidere. Uomini consapevoli piangono la loro vittima
in silenzio, senza bisogno di demonizzare l'avversario, e
soprattutto senza pretendere che questi se ne stia buono buono
senza reagire, oppure scelgono di non andare. Chi è stato in un corteo
con scontri non può non sapere che lo sparo del
giovane carabiniere era, in quelle condizioni, inevitabile. E
mente se sostiene che lui non avrebbe sparato. Allora o si è in
malafede (i capi forse lo sono), o è un comportamento
da "bambini capricciosi" che pretendono di barare al
giuoco, e non accettano le conseguenze delle proprie azioni. Un
modo di "ragionare" e di "sentire" per niente
maschile, tipico invece dell' ombra femminile. Da figli di un mondo
matrizzato, senza padre.
2)
Notizia fresca del TG2; "Stanno arrivando dall'estero
le MAMME dei manifestanti stranieri ancora presenti
a Genova, preoccupate per i loro figli". Capito? Una
MAMMA non si nega a nessuno, neanche agli indomiti guerrieri, che
mettono una città a ferro e fuoco ma poi sono presi per un orecchio da
mammina, quei discoli, e riportati a casa dopo lo sfogo. Sembra una
notizia da nulla, ma secondo me è illuminante più di tante
disquisizioni sociologiche Il maschio matrizzato sfoga l' aggressività
repressa e torna sotto le accoglienti gonne materne. Fino alla prossima
volta. Intanto dei padri, non per caso, nulla si sa.
3) Agnoletto è stato sollevato dall'incarico di consulente sulle
droghe che espletava per conto del ministero diretto da Maroni
ed il fatto ha suscitato scandalo e riprovazione. Questa fa il paio
con la 1). Si dice di essere "ferocemente contro", ma si
pretende di essere foraggiati dal nemico. In realtà si vuole essere
inclusi. Il selvatico, l'uomo maschio, passa al bosco ed accetta la
solitudine che ciò comporta, accetta di pagare il prezzo
dell'essere contro, se è veramente contro.
Così non si va da nessuna parte, anzi si va dalla parte del potere.
Armando Ermini
Caro
Cesare,
condivido pienamente quanto dici. I problemi credo però nascano nel
momento in cui cerchiamo di tradurre appunto ciò che il Sacro fonda in
razionalità e politica. E' ancora la vecchia discussione che ci ha
appassionato da giovani sul rapporto fede politica? E' lì che poi ci si
divide. Il problema è forse quello dei confini del Territorio: il Sacro
non ne ha e forse per questo possiamo dividerci in politica pur
appartenendo allo stesso territorio, quello del Selvatico. Un abbraccio,
Paolo Ferliga
Forse
possiamo continuare sul nostro discorso del Selvatico, che appunto
essendo per noi Sacro, è anche molto diverso per ciascuno, ma soltanto
ad una condizione: che impariamo a rispettare il Sacro
altrui, senza voler imporre il nostro. Cosa assolutamente
molto ardua e da eletti. Proprio così, da eletti. Almeno così io
la vedo.
Giancarlo Viganò
Cari amici,
ho
letto tutte le vostre argomentazioni. Sono tutte in gran parte
condivisibili e molto interessanti, tuttavia ancora mi preme di dire
qualche parola sull'argomento che tanto mi ha travolto sul piano
personale.
Capisco anche che il passaggio al bosco possa portare a ritenere
trascurabile chi governa un paese, ma io continuo inesorabilmente a
credere che, comunque, è meglio un governo dove il capo non detiene
tutti i mezzi di informazione. E comunque, bosco o non bosco, a me la
democrazia interessa ancora. Ancorche' imperfetta...a meno che
qualcuno conosca una alternativa intelligente e praticabile.
Ciò detto vengo volentieri nel bosco con voi, con la segreta speranza
(anzi convinzione! anche perché in caso contrario vi saluterò
caramente!) che non finiamo per trovarci in un giardino della villa di
Berlusconi, o di D’Alema, o di Bertinotti o di Fini, ecc.
Guido Moretti
Sapete
che mi ritrovo nella dimensione selvatica del deserto, dove la Natura si
presenta nella sua essenzialità. Del resto nel deserto il maschile è
fiorito in modo possente e straordinario: da Abramo a S. Giovanni il
Battista a Cristo a S. Francesco a S. Giovanni della Croce.
Davvero il territorio
delle profondità, delle estensioni e delle altezze interiori e
della natura dove nel silenzio si fa esperienza della sacralità
propria e altrui è il nostro luogo, è il nostro territorio. E in
questo luogo, è verissimo: ricchezza e potere non hanno senso, non
hanno valore. E nemmeno la Storia.
E'
da questo luogo che si percepisce il fluire della vita come acqua di
sorgente, sorgente dal cuore, inesauribile. E questo fluire
coincide con contentezza e gioia e gratitudine: di questo
hanno disperatamente bisogno tutti. Vivere è ed è stato per molte
civiltà, popoli ed individui, senza alcuna ricchezza e potenza
tecnologica una cosa bella: sapevano e sanno far fluire nel proprio
cuore la vita. Era ed è l'unica cosa che sanno ed hanno. E' questa
conoscenza semplicissima e alla portata di tutti, questa sì davvero
democratica e ugualitaria, che vorrei donare a mio figlio e a tutti i
giovani se fosse possibile. E se vogliono andare in piazza ci vadano, ma
io quello che conta e dove si trova e come, non posso tacerglielo.
E' questo che abbiamo perso da ricchi e da potenti. E abbiamo perso
tutto. Credo che nelle piazze ci si scontra, ci si pesta e ci si
ammazza, senza nemmeno aver più conoscenza di questo e nemmeno essere
capaci di desiderarlo! E pensiamo di correre in aiuto ai poveri del
mondo fra i quali magari diciamo che i migliori, a cui appoggiare i
nostri miliardi di aiuti, sono quelli che ambiscono ad essere come noi!
Affinché i tutti diventino come noi. Follia delle follie,
paradosso dei paradossi. L'Occidente ha costruito il parametro della
felicità nel possesso delle cose, e nel far diventare cosa l'uomo e il
suo spirito. L' Occidente è il mondo della reificazione, il mondo
dell'Esso e non del Tu, dice Martin Buber nel bellissimo libro
"L'IO e il Tu". L'inferno dell'Occidente, il grande corruttore
dell'anima dei popoli e delle persone, dove le cose sono dei e la tua
anima una cosa. E che nessuno nel profondo ha a cuore e vuol difendere.
Grazie a Dio, Padre onnipotente!
A Paolo: laghi e fiumi a valle della sorgente se sanno di appartenere ad
essa si possono sentire diversi ma mai estranei e conoscono l'unità
profonda che li costituisce e "la strada del ritorno";
A Guido, l'energia vitale profonda è a mio avviso all'origine di tutte
le attività e attitudini umane così anche della politica e della
attività razionale;quando queste se ne distanziano diventano idoli che
distruggono la sorgente che li ha creati; il 900 insegna;
A Giancarlo: hai ragione a sostenere l'ampiezza e la varietà del
Territorio perché importa la sorgente e non la roccia da dove sgorga.
Un
abbraccio, in amicizia.
Cesare |