|
Abbiamo
evitato tutto sulla globalizzazione, o perché era spettacolo
multimediatico, o perché bisognava occuparsi di trovare i soldi per le
vacanze, o perché avevamo altri argomenti meno mediatici su cui parlare
(bufale mediatiche tipo la implantologia di sa Dio cosa su
femmine per dar vita a femmine).
Intanto Genova esplode, si spara, i potenti fanno lustro di sé,
minoranze Black fanno guerriglia, migliaia di ragazzi e
giovani vogliono partecipare e vivere e capire la loro vita e
senza violenza, quasi tutti i registi sono a Genova a prendere
spunti di vita, si parla e si dibatte. Un ragazzo è morto sparato, un
buco in testa, una città sprangata, chiusa, morta, il mondo guarda, si
interroga, ci pensa.
Ma per i MS, tutto ciò sembra valere poco e poco inserito
nel nostro discorso, visto che nessuno ne ha più parlato. Io piango il
ragazzo morto e voglio capire e voglio parlare con chi mi può aiutare a
vedere oltre e non voglio bollare con un'etichetta di qualsiasi natura
questi avvenimenti e ridurre tutto ciò a un niente. In un movimento di
opinione così vasto ci
vedo anche il futuro dei giovani, la loro coscienza, la loro capacità
di affrontare la vita. E io sono profondamente deluso da noi, dal
nostro silenzio.
Io come Selvatico piango questo, cerco di
capirlo e di esserci dentro. Voi fate come volete.
Giancarlo Viganò
Caro
Giancarlo,
forse
se i giornali avessero fatto come i MS meno ragazzi sarebbero andati a
Genova. Se il G8 lo facessero ai Caraibi senza tanto chiasso si
risparmierebbero soldi e morti ma così forse molta gente non potrebbe
lucrarci sopra e quindi ci scappa il morto che moltiplica ancora la
copertura stampa e televisione e aumentano i ritmi e i prezzi degli spot
pubblicitari e si vendono più giornali perché il morto vende e vende
meglio se è giovane e sparato e le mamme si dimenticano anche che il
morto è un punkabbestia che passa il tempo sui marciapiedi a chiedere
elemosine con i suoi cagnolini e a drogarsi perché da morto diventa
subito un povero ragazzo di 23 anni, da vivo lo schifavano.
È la guerra Giancarlo, ma non sono sicuro che sia quella con le
pistole, è l'altra la guerra, quella che il punkabbestia aveva già
perso; non l'hanno ucciso, hanno solo ratificato la sua morte; meglio
non parlarne, si soffre anche in silenzio, ti assicuro.
Stammi bene,
Guido Venturini
Caro Giancarlo,
sono anch’io oppresso dal dolore
per la morte del ragazzo e per l’eterno spettacolo di sofferenza che
la storia dell’umanità presenta: faccio riferimento ai problemi
connessi alla globalizzazione. E anch’io come te mi interrogo in
merito, senza la pretesa di avere risposte convincenti. E tuttavia ci
provo.
Ti ricorderai la nostra gioventù dove tutto era importante tranne noi
stessi: chi non ha sognato la Giustizia in Terra per sempre, chi non si
è sentito oppresso dalla responsabilità dei morti per fame, chi non ha
rinunciato a tutto per questo, all’epoca? Ma abbiamo forse trovato noi
stessi in questo modo? Dopo la consapevolezza che il ‘900 tutto
intero, compreso i suoi progetti più nobili e generosi, è stato un
generosissimo disastro, non ci siamo domandati se la Storia non passa
prima proprio per quella strada stretta che avevamo trascurato per
donarci agli altri nell’impegno politico? Se questa rinuncia era la
via sì generosa e tuttavia in qualche modo scelta perché più facile
dell’altra? Se tutto non era politico o se invece il politico era
paradossalmente il luogo della fuga da tutto: dal lavoro su di sé,
dall’approfondimento circa dove passava davvero il fronte tra vita e
morte dentro di noi?
Gli
scontri di piazza, anche nel dolore di una tragedia come la morte di un
ragazzo di 23 anni, mi
appaiono un Amarcord felliniano, e in qualche modo ancora umanissimi
rispetto alla distruzione della coscienza che è già accaduta e sta
avanzando. Penso che la vera miseria di cui nessuno parla oggi non è
che si ha poco o niente da mangiare ma è, in Occidente, di non sapere
più chi è che mangia. E in questo siamo davvero molto più poveri
degli affamati di pane. Per questo ci poniamo i problemi “più
arretrati” degli altri: sono infinitamente meno gravi e meno
angosciosi della perdita dell’umano, maschile e femminile che
caratterizza a livello di massa l’esperienza dell’Occidente. E non
è che li risolviamo correndo in soccorso del terzo mondo. Questo si
chiama truccare il gioco e non porta da nessuna parte, né il terzo
mondo né noi.
Ai giovani che si scontrano nelle piazze a Genova che cosa mi sento
allora di dire? Che la strada non è quella già pronta e preparata da
chi elargisce patenti di buona coscienza ma non ti aiuta a capire chi
sei; che le divise, anche quelle da contestatori in tuta bianca o nera
in nulla differiscono da quelle di poliziotto se servono a camuffare e
nascondere il vuoto; che a volte morire non è un dono di sé ma un atto
di disperazione violenta. Mi sento di dire che oggi c’è un livello di
attacco gravissimo portato alla loro identità, nelle profondità della
loro coscienza. Di guardarsi dunque nel cuore, anche se contemplare il
vuoto e il disastro fa paura. Mi sento inoltre di dire che oggi,
nascosto, predisposto e pianificato con decenni di anticipo dalle scelte
nascoste del Potere c’è un attacco alla vita le cui forme sono
assolutamente nuove, prefigurate anche sul piano simbolico dalle
“Bufale” che purtroppo non sono tali delle follie genetiche della
scienza di oggi. Di non correre pertanto sulle piazze delle false
soluzioni ai loro veri e gravissimi problemi, di fronteggiare invece la
Cernobyl della propria coscienza e
di lavorare sul proprio spirito per ritrovarlo forte, vitale e gioioso.
Di fronteggiare le prospettive apocalittiche di una scienza fuori
controllo, specie nel campo della genetica umana.
Già una volta abbiamo detto “tutto è politico” e ci siamo
ritrovati privi persino della nostra identità e di ogni valore. ‘68 o
G8, come falsi obiettivi, mi sembra un errore che abbiamo già fatto.
Come MS un merito in questa occasione a mio avviso l’abbiamo: abbiamo
fatto chiarezza proprio su questo equivoco mettendo al centro il vero
problema: quello dell’identità e del valore maschile.
Un abbraccio,
Cesare
Era ovvio che ci poteva scappare il morto, un simile dispiegamento di
polizia contro un forte e motivato movimento no-global non poteva
che finire grossomodo così. Le motivazioni vanno quindi cercate a monte
di tutta la faccenda. Gli otto potenti non fermeranno la globalizzazione
neanche se Genova venisse rasa al suolo, al massimo la rallenteranno di
un anno. L'ineluttabile avanza. Nel gruppone dei dimostranti ci sono i
moderati, gli incazzati, gli estremisti e i guerrafondai come in tutte
le aggregazioni sociali (dal club del bridge in su).
Un morto in più o in meno fa poca differenza se paragonato ai
bollettini di guerra degli incidenti stradali e soprattutto dei sabati
notte. Da morti poco importa come è accaduto. Ma la globalizzazione
avanza e con essa la potente macchina grandematerna dei consumi e questa
generazione sa ora cosa combattere, chi facendo finta di niente, chi
sbottando davanti alla tv, chi discutendo in piazza, chi andando a
Genova pacificamente, chi brandendo le spranghe e chi morendo. Tutto
come una volta.
Ciao,
Renato
Caro
Giancarlo,
anch'io ho seguito con angoscia le giornate di Genova.
Penso sia importante che tentiamo di parlare di quanto accaduto a Genova
dal nostro punto di vista, che è quello dell’archetipo del selvatico.
A Genova abbiamo visto infatti un gioco drammatico dove potere, speranza
e violenza si sono strettamente intrecciati. Questioni che ci riguardano
da vicino, come uomini, maschi e padri.
In particolare mi ha colpito la violenza, di alcuni contestatori
e di alcuni reparti delle forze dell’ordine. Se è vero che il
selvatico sa trasformare la violenza e l’aggressività del maschio, in
forza ed energia che difende e continuamente ricrea la vita, è
importante comprendere la violenza che, lasciata a se stessa, dà invece
la morte. Per quanto riguarda i contestatori penso che
la violenza dei black block abbia a che fare con il vuoto
spirituale della nostra epoca, con l'assenza del padre e di un'identità
maschile radicata nella dimensione verticale del sacro. Mi
è sembrato di vedere in questa violenza qualcosa di nuovo e di diverso
rispetto alla violenza che anch'io ho conosciuto e in parte minima
subito negli anni settanta. La violenza di allora si inseriva in un
quadro ideologico, dove a molti di noi sembrava possibile una
rivoluzione che salvasse i dannati della terra realizzando qui e ora una
specie di regno dei cieli: il comunismo. Anche per chi rifiutava la
violenza, era possibile intravedere una logica e un senso nell’azione
di chi riteneva che la
violenza fosse un mezzo utile per realizzare un fine ritenuto giusto.
Invece la violenza dei gruppi che si definiscono anarchici, ma che poco
o nulla hanno a che fare con la storia dell’anarchia, mi è sembrata
una violenza del tutto priva di scopo come loro stessi dichiarano. Una
violenza che ha sviluppato una notevole capacità tecnica e che ha come
fine intrinseco la distruzione: una cifra del nichilismo, riflesso
oscuro della crisi di valori cui accennavo prima. Questa violenza senza
senso e scopo, mi è sembrata il doppio oscuro di un potere, quello dei
grandi della terra, anch'esso senza altro scopo che quello di riprodurre
e rimirare se stesso nella luce fittizia dei media che ne rifrangono
all'infinito l'immagine. Sulla sostanza dei risultati raggiunti dal G8
abbiamo sentito le parole di Alex Zanotelli: ben poca cosa, “solo
carità” rispetto alla gravità della situazione. Di fronte alla
violenza, mobile e veloce, delle tute nere, mi ha stupito l’ottusità
e la lentezza della violenza degli apparati repressivi: incapace di
colpire e fermare i violenti si è abbattuta soprattutto sui pacifisti e
sugli indifesi. Da dichiarazioni interne a questi apparati sembra che la
repressione sia stata affidata a persone inesperte, addestrate
tardivamente. Sta di fatto che non sono riuscite a controllare la
situazione. La tragedia ha colpito in questi due settori: terribile il
dolore per il giovane morto, forte l’angoscia per il giovane
carabiniere che ha ucciso! Ma anche il GSF non ha saputo fare i conti
con la violenza. Non so se c’entra con il narcisismo di cui parla
Claudio. Sta di fatto che proclamarsi pacifisti e non violenti in quella
situazione non ha assolutamente pagato. Con la violenza bisogna
misurarsi. Non è possibile divedere l’umanità in buoni e cattivi e
mettersi dalla parte dei buoni. In questo caso c’è sempre chi si
incarica di fare fino in fondo la parte del cattivo. Dal punto di vista
della violenza e della possibilità di trasformarla in energia creativa
sembra quindi che le giornate di Genova abbiano registrato per tutti un
totale fallimento. Per tutti tranne forse che per quelle figure nere che
alla violenza si sono consacrate.
Eppure io mi ostino a cogliere qualche segno di speranza: il
cammino del nichilismo inaugurato dalla tecnica è giunto ormai ad un
punto estremo: la fine delle ideologie ci chiama tutti ad un impegno
molto più personale ed individuale di quanto non sia accaduto in
passato. Io mi sento chiamato in causa come maschio e come padre e su
questo sto facendo un cammino e qualcosa con i maschi selvatici. Anche a
Genova ho visto qualcuno che, come noi cerchiamo di fare, si muove al di
fuori di schemi precostituiti e fa dell’impegno in prima persona la
sua bandiera: i medici di “emergency”, ad esempio, o chi ha pregato,
lontano dagli schermi televisivi. Dietro il narcisismo dei leader e di
chi ha vissuto quei giorni per contare ed esserci, vedo l’impegno di
gruppi e organizzazioni che della questione del terzo e quarto mondo si
occupano da anni. Forse devono fare meglio i conti con la violenza di
cui volenti o no sono portatori, ma da loro, come da noi maschi
selvatici mi auguro possa nascere anche un modo diverso di fare
politica.
Paolo
Ferliga
Scrive
Renato:
"Ma
la globalizzazione avanza e con essa la potente macchina grandematerna
dei consumi e questa generazione sa ora cosa combattere, chi facendo
finta di niente, chi sbottando davanti alla tv, chi discutendo in
piazza, chi andando a Genova pacificamente ,chi brandendo le spranghe e
chi morendo".
Devo dire che io sono molto più pessimista a riguardo. Mi pare che la
mia generazione (che è quella del ragazzo morto e del carabiniere della
camionetta) sia una generazione allo sbando, una
generazione ingannata!
Cari amici, io sono molto orgoglioso di non essere andato a Genova
perché mi sento radicalmente estraneo sia al corteo dei potenti sia ai
manifestanti tutti, quelli violenti senza ragione e quelli che corrono
dietro agli Agnoletti e Casarini, pronti a prendere le distanze dai
"cattivi", insinuando che sono poliziotti travestiti, salvo
rivendicare poi strumentalmente il cadavere di uno di loro,
"compagno morto ammazzato dalla polizia assassina". Questi
giochetti sulla pelle degli altri non vanno bene, sono disonesti. Si
dice di voler portare la guerra a Genova, e lo si fa con il consenso di
"preti del popolo con coscienza sociale" (i don Gallo non sono
così diversi dai don Benzi...). E la guerra c'è stata.
Il rammarico grande è per gli ingannati: quelli che si sono trovati in
mezzo in buona fede. Che hanno creduto davvero al delirio di onnipotenza
degli Agnoletti e Casarini, hanno creduto di rappresentare il Bene, gli
interessi di chi non ha voce.
A Genova, tutti, hanno lavorato per la globalizzazione grandematerna.
Contro il Selvatico, Mondo e Uomo. Io la vedo così. Li chiamano
anti-global ma loro coerentemente parlano di "globalizzazione dei
diritti" (leggi, imperialismo dei "valori occidentali
moderni" che prevedono, tra le altre cose, l'affermazione della
cultura femminista, l'egualitarismo, etc.). Non mi sembra questo il
sentiero del Selvatico. Che a me parla di doveri, più che di diritti.
Di doveri verso se stessi, innanzitutto. Mi pare che ai "figli
senza padre", alla mia generazione, questo, nessuno glielo dica.
Sicuramente non glielo dicono gli Agnoletti e i Casarini.
Con sofferenza e rabbia, vi saluto.
Paolo Marcon
La considerazione di Giancarlo che
i MS sono stati assenti a tutto quel che è successo sollecita una
risposta, o meglio, una domanda; anzi due: - perché avremmo dovuto
essere presenti? - come avremmo potuto essere presenti?
1) L'unica risposta possibile alla domanda è che anche i MS sono
antiglobalizzazione, e che quindi dovevano al riguardo dire la loro. Mi
pare però, condividendo in larga misura le osservazioni di Paolo M., ma
anche le note
posizioni di Claudio, che: da un lato c'è modo e modo, e
dall'altro
non si tirano le conclusioni coerenti di ciò che vuol dire essere
anti-globalizzazione.
Mi ha colpito quello che ha detto sabato sul Corriere Oliver Stone;
all'incirca: "sono a favore della globalizzazione, perché essere
contro significa aprire il ritorno ai localismi, alla separazione, alla
guerra". Ha torto? Mi pare di no. E questo ci pone un bel problema
di autodefinizione come maschi selvatici antiglobalizzazione.
Antiglobalizzazione vuol dire comunità, autonomia di popoli e culture,
radicamento al territorio... Vogliono questo tute bianche e nere? Lo
vogliono i sindacati ed i preti? Lo vogliono e lo difendono i maschi
selvatici? Non è tutto molto antistorico e poco progressista? Ed è
possibile il selvatico senza queste caratteristiche così poco
spendibili e, diciamolo, così difficilmente digeribili? Bella
questione...
2) Come avrebbero potuto esserci i MS in tutta la storia? Beh, anche il
non esserci è un modo preciso di esprimere una convinzione, come non
andare a votare. Forse qualche "gesto" era possibile. Sulla
statua di Zanardelli qui a Brescia, una mano ha posto un cartello:
"G8 - lasciamoli soli". Ecco una cosa che forse si poteva
fare: appendere cartelli simili firmati maschi selvatici ai colli di
tutte le statue delle città in cui siamo presenti. Io avevo proposto
anche un boschetto selvatico, a Genova. Ma da come sono andate le cose
anch'io sono molto contento che il nostro movimento là non sia apparso.
Mi sentirei tremendamente corresponsabile di un morto e di tanti feriti.
Come negare che i "buoni" hanno offerto una straordinaria, per
quanto non voluta, copertura ai "cattivi"? Dietro in fila e
coperti, poi fuori il passamontagna e via! Per poi sentir dire da
Berlusconi che invece voluta era, tutti complici erano? Non ci sto,
grazie.
Il morto... Ma come Eugenio, neanche una parola sul morto? Accidenti...
ma chi si appresta a tirare addosso un estintore ad un carabiniere
armato non lo mette in conto? Chi si appresta ad un corpo a
corpo in una situazione come quella, non lo fa perché pronto -
anche - a morire? "Potrebbe essere tuo fratello", dicevano i
presenti. Potrebbe essere mio fratello (potevo essere io!) ognuno dei
morti per incidente stradale che ogni giorno, ogni giorno! leggo sul
giornale locale. Ieri a Brescia sei. 20 dall'inizio del mese, 128
dall'inizio dell'anno. Ho quasi la nausea la mattina, prima di prendere
il giornale, perché so che ci troverò su qualcuno morto per incidente,
magari conoscendolo.
Vita e morte si mettono in conto; e quando si sfida la morte si rischia
a volte di incontrarla, come la turista schiantatasi col jumping; quella
morte mi suscita davvero più rabbia che dolore. La rabbia che deriva
dal sapere che non la polizia l'ha ucciso, ma tutto il sistema che ha
tenuto su quella cosa lì, che se facevano una bella videoconferenza
nessuno li avrebbe cagati. E davvero si andava al mare. Abbiamo molto su
cui riflettere, e temo non sarà una riflessione facile.
Eugenio
Pelizzari
|