|
Femminismo ma non solo, in questo lavoro di Alessandra
Nucci. L’autrice ci accompagna in un viaggio attraverso un progetto di
ingegneria sociale di cui il femminismo antagonista è parte e strumento,
ed il cui fine è la realizzazione della società “perfetta”, sogno di ogni
totalitarismo. Il presupposto è che la natura umana sia modificabile [quindi
manipolabile. Ndr] a piacimento secondo modelli precostituiti. Non
esisterebbe, dunque, un’identità di genere che si fondi sulla diversità
dei corpi ed ogni differenza, a parte la conformazione fisica ritenuta
ininfluente, sarebbe solo un costrutto culturale, nello specifico quello
che il patriarcato avrebbe imposto come dominio maschile sul femminile.
Scopo del progetto è la costruzione di una nuova tipologia umana,
l’androgino, essere capace di costruirsi individualmente la propria
identità al di fuori di ogni contesto relazionale e sociale. Identità che,
in quanto indefinibile a priori, è però così debole da conformarsi in
realtà al nuovo stereotipo proposto (o meglio subdolamente imposto), e
proprio in nome della lotta contro i vecchi stereotipi. E’ l’uomo nuovo,
omologato nei pensieri, nei gusti, nella percezione del mondo,
strettamente funzionale al pensiero unico dominante e all’economia
globalizzata che necessita di un consumatore neutro e d’identità debole o
inesistente. Affinché questo progetto sia realizzabile occorre,
necessariamente, smantellare la famiglia tradizionale e nel suo ambito il
ruolo del padre/maschio che ne è al centro; e con essa le religioni
monoteistiche, in specie quella cristiana, che la considerano a fondamento
dell’ordine sociale. L’alleanza col femminismo antagonista, non a caso
incentivato e abbondantemente finanziato da fondazioni e centrali
finanziarie internazionali, diventa naturale. Questo infatti, in perfetta
sovrapposizione con lo schema marxista, legge la storia del mondo come
storia della lotta fra i generi, e la famiglia, indefettibilmente
associata al patriarcato ed alla religione cristiana, come il luogo per
eccellenza dell’oppressione della donna. A questo schema ideologico è
inutile opporre qualsiasi dato di verità e di realtà, a partire dal fatto
che è dimostrato come maschi e femmine, ancorché indottrinati in senso
contrario, una volta lasciati liberi di decidere tendano sempre a
polarizzarsi intorno a scelte e opzioni tendenzialmente diverse fra sessi
e omogenee al loro interno. Così come è inutile opporre e sottolineare le
contraddizioni interne al mondo del femminismo (1). Non si esita a
falsificare la storia cercando con certosina pazienza tutte le prove o gli
indizi dell’oppressione maschile e tralasciando tutto ciò che dimostra il
contrario, e neanche si ha riguardo alla concreta volontà femminile quando
si esprime in senso contrario all’ideologia del femminismo antagonista. In
questi casi, anzi, le donne diventano un altro nemico da abbattere, un
ostacolo alla pari dei maschi e loro complici.
Si lotta per l’uguaglianza ma in realtà, dice la Nucci, si vogliono
privilegi, ci si batte per i diritti delle donne ma si finisce per
discriminare legalmente gli uomini, si predica la parità ma si sottende
che la donna è moralmente superiore.
Prendiamo il caso dell’ecofemminismo di Vandana Shiva o Rigoberta Menchiu.
E’ del tutto evidente come il rispetto della natura e delle tradizioni
culturali e materiali dei popoli contro la globalizzazione economica
imposta dall’occidente, sia in contraddizione irriducibile con la
tradizione marxista a cui si richiama un altro filone del femminismo
antagonista, perché il fondatore del comunismo “scientifico” considerava
lo sviluppo industriale promosso dal capitalismo borghese la condizione
essenziale per la “liberazione” dell’umanità dalla sottomissione proprio
alla natura. Ed ancora, si sorvola allegramente sul fatto che proprio in
quelle tradizioni le stesse femministe vedono la quintessenza della
subordinazione femminile. Si è contro la cultura occidentale ma non si
considera che l’emancipazione femminile è progredita lì e lì soltanto. Si
potrebbe continuare all’infinito, ma come dicevo, tutto ciò non può essere
opposto a chi non cerca la verità ma solo la propria egemonia culturale,
con ogni mezzo.
Come ogni ideologia anche il femminismo antagonista cerca di dotarsi di
propri strumenti concettuali e culturali. Ha creduto di trovarli nel vago
spiritualismo new age che sacralizza la natura e pone l’essere
umano esattamente sullo stesso piano di ogni altra sua espressione. Spiega
Rosemary Ruether , femminista di estrazione cattolica, che l’immagine di
Dio Padre è una proiezione dell’io maschile trascendente che sacralizza
la cultura patriarcale e rende inferiori le donne in quanto simboliche
della natura, ed è perciò che non possiamo criticare la gerarchia di
maschile su femminile senza arrivare a criticare e superare la gerarchia
degli esseri umani rispetto alla natura. La critica al patriarcato che
trascina con sé quella alla famiglia, al maschio oppressore ed infine al
cristianesimo, porta il femminismo, sulla scorta delle teorie engelsiane,
ad ipotizzare un’età dell’oro matriarcale al cui centro erano i culti
della Grande Dea, le donne occupavano una posizione sociale preminente e
l’equilibrio naturale perfettamente rispettato (2).
Resta da vedere, e a livello informativo è la parte più interessante del
libro, come si tenti di imporre la nuova egemonia culturale. Scrive
Alessandra Nucci, parlando della saldatura fra femminismo antagonista e
ideologie totalitarie: Ma il mondo unito che non sono riusciti ad
attuare con la forza Napoleone, Hitler e Stalin, potrebbe essere dietro
l’angolo grazie alla coercizione soft delle strutture e delle
comunicazioni di massa, se procede incontrastato il processo culturale di
omologazione di cui le femministe sono uno dei principali motori nel
mondo.
Gli strumenti principe sono il controllo dell’Etica, ovvero della
possibilità di stabilire ciò che è giusto (3), la penetrazione sistematica
in tutti gli organismi internazionali che si suppongono al di sopra delle
parti e dediti disinteressatamente al bene dell’umanità (le varie agenzie
dell’Onu e le ONG accreditate), ed infine una sistematica adulterazione
del linguaggio per dissimulare presso i governi nazionali e le popolazioni
concetti altrimenti “indigesti”. Esempio di quest’ultimo metodo è l’uso
sistematico del termine “diritto alla salute riproduttiva” con ciò
intendendo diritto di aborto libero e incondizionato (da usare anche come
strumento di controllo demografico), oppure quello di “lotta alle
discriminazioni” con ciò intendendo la legalizzazione del matrimonio
omosessuale o le adozioni gay, ma è la descrizione precisa e documentata
degli indirizzi e delle direttive che le agenzie Onu prescrivono
sistematicamente ad impressionare di più. OMS, UNESCO, UNICEF ed in
generale tutta la galassia di organismi internazionali che vi ruotano
attorno ed alla cui testa troviamo sistematicamente femministe o uomini
femministi, agiscono secondo un unico schema. Danno per acquisiti come
naturali e incontrovertibili i loro schemi concettuali e si interrelato
fra di loro ad opera di altre agenzie o segretariati incaricati di far
circolare le prese di posizione di ognuna in modo tale da costituire una
base di conoscenze e di politiche comuni.
La pressione per attribuirsi un sempre crescente potere decisionale a
scapito dei governi nazionali e l’insipienza e cecità, quando non espressa
complicità, di questi ultimi fanno il resto. Nel 2002, ad esempio, l’UE
(sotto la presidenza del “cattolico adulto” Prodi) aumentò di 32
milioni di euro il suo contributo annuo alle organizzazioni internazionali
che promuovono la pianificazione familiare [leggasi promozione
dell’aborto. Ndr] …subito dopo che il governo Bush in Usa aveva deciso
di sospendere lo stesso contributo per le stesse organizzazioni (in
particolare per il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, a causa
del suo comprovato sostegno alle politiche di aborto forzato in Cina).
Quello dell’UE è un altro capitolo nero che Alessandra Nucci non manca di
sottolineare, a partire dalla direttiva del 2001 che ribalta il principio
della presunta innocenza in materia di molestie sessuali.
Si tratta insomma di un panorama impressionante al quale si oppone,
praticamente sola, la Chiesa Cattolica a cui vengono infatti riservati gli
strali critici più acuti.
Rimangono a mio avviso, per concludere, due interrogativi. Uno di ordine
generale. Come è possibile che la colonizzazione dell’ONU e tutto quanto
sopra descritto sia potuto accadere praticamente senza alcuna seria
opposizione? Passi, almeno in un primo tempo, per le donne a cui è fatto
balenare strumentalmente un futuro radioso di libertà (ma da chi se non
dall’odiato maschio e alla fine anche da se stesse?). Ma gli uomini? Non
intendo quelli al potere la cui coincidenza d’interessi col femminismo
Alessandra Nucci ha ben documentato. Intendo quelli che, nei media e nel
sistema di comunicazioni di massa, hanno accettato senza reagire, anzi a
loro volta riproducendole, “verità” preconfezionate senza sentire il
bisogno di approfondimenti e verifiche, e quelli che vivendo una normale
vita di lavoro e familiare, si sono sentiti rovesciare addosso una
annichilente montagna d’accuse, ed hanno voltato lo sguardo altrove
piuttosto che difendere la loro dignità morale, per la quale non mancavano
loro argomenti forti e di cui avevano comunque il diritto. Il libro non
offre in questo caso, nessuna risposta.
L’altro interrogativo nasce dalla sibillina frase finale del libro che la
Nucci riprende e, sembra far sua, da W. McElroy, femminista indipendente
in aperta polemica col femminismo organizzato e ufficiale: La cultura
si cambia comunicando con una persona alla volta, quindi la responsabilità
e nelle mani di ognuno, o meglio, di ognuna, perché in questo caso la voce
degli uomini non serve, e può prestare il fianco, anzi, a ulteriore
antagonismo.
Se intende che tutto il dibattito debba avvenire all’interno del mondo
femminile e che gli uomini debbano tacere, per opportunità o altro, di
fronte allo scempio di verità che lei stessa ha documentato ampiamente,
proprio non ci siamo. Tutto ciò getterebbe anzi una luce inquietante su
come l’autrice intenda davvero i rapporti fra i generi, e dimostrerebbe di
non aver cognizione di cosa è, o dovrebbe essere, un uomo. Gli uomini, i
maschi, hanno non solo il diritto ma il dovere di dire la loro verità a
voce alta di fronte a tutti e tutte, e non sono abituati a farsi cavare da
altri le castagne dal fuoco. Sarebbe in contraddizione con la loro
(nostra) natura e missione nel mondo e, per inciso, non porterebbe a
risultato alcuno. Perché le donne, come gli uomini, non sono un microcosmo
autosufficiente ed hanno bisogno, per vedere la verità delle cose, anche
dello sguardo e della parola altrui, e perché la libertà donata da altri e
non conquistata con le proprie forze, costi quel che costi, non è vera
libertà ma una forma dissimulata di sottomissione.
(1) Come scrive Rino Della Vecchia in “Questa metà della
terra” (AltroSenso saggi. 2004) siamo nel campo della Etosfera, lo spazio
del bene e del male in cui i ruoli sono già assegnati a priori. Il bene è
ciò che giova alla causa del femminismo, il male tutto il resto.
(2) Non importa, anche qui, che ogni serio studio di antropologia non
trovi traccia di matriarcato sociologico smentendo le originarie ipotesi
di Bachofen, e neanche che lo stesso Bachofen considerasse il superamento
del matriarcato ad opera del patriarcato come un progresso dell’umanità.
Tanto meno il femminismo può prendere in considerazione che la dialettica
matriarcato/patriarcato si situi non sul terreno dei rapporti sociali
quanto piuttosto nel campo dello sviluppo psichico dell’umanità e che
rappresenti un momento decisivo nel processo di individuazione e di
emersione della coscienza soggettiva. Anzi, secondo Erich Neumann, che
scriveva nei primi anni del secondo dopoguerra, il pericolo della
modernità è che l’umanità regredisca paradossalmente a stadi psichici
precedenti, in un processo che egli definiva come ricollettivizzazione
delle masse e femminilizzazione della coscienza. A cinquant’anni di
distanza vediamo quanto avesse ragione.
(3) cfr Rino Della Vecchia, op. cit. pag. 22/23 e segg.
|